Su Tim-Kkr il governo ha un piano B. Ecco il metodo Draghi (vedi Mps e Ita)

Claudio Cerasa

Un filo possibile, con dettagli sui programmi del governo per Telecom e un test per il futuro di Franco e Colao. Provare a prezzare le partecipate e dimostrare che investire in Italia si può

Mps, Alitalia, Tim: problemi a parte, cosa tiene insieme tre storie apparentemente molto diverse? E, problemi a parte, in che modo queste tre storie possono aiutare a capire se un effetto Draghi esiste anche sul fronte delle politica industriale? Per provare a rispondere a questa domanda occorre partire da alcune notizie di cronaca che ci dicono che la manifestazione di interesse lanciata due settimane fa dal fondo americano Kkr su Tim sembra essere entrata nella poco incoraggiante fase della palude.

  

E così il giorno dopo la nomina ufficializzata da Tim di due advisor (Goldman Sachs e LionTree) selezionati per supportare il cda di Tim nella scelta del da farsi con Kkr (e con le eventuali alternative strategiche) succede che in Borsa il titolo  di Tim piuttosto che migliorare arriva a peggiorare (-1,44 per cento) in una giornata positiva per la Borsa italiana (il cui indice generale ieri è cresciuto del 2,42 per cento). Traduzione: il mercato, a differenza di qualche giorno fa, sembra credere meno all’operazione di Kkr su Tim e la diffidenza sul futuro dell’operazione (che nel complesso vale circa 33 miliardi di euro) deriva da una diffidenza simmetrica che si registra a Palazzo Chigi rispetto a ciò che divide gli investitori di mercato dal governo (il governo, che su Tim può esercitare il golden power, è presente nella tlc attraverso Cdp, di cui ha il 10 per cento).

   

E il punto è sempre quello: lo scorporo della rete unica, che il governo vuole subito e che Kkr continua a considerare un asset al momento non sacrificabile all’interno della sua operazione. E dunque, che fare? E qui arriviamo alla notizia numero due: il piano B del governo.

 

E cosa prevede il piano? A quanto risulta al Foglio, gli step sono due. Il primo, in caso di fallimento del deal con Kkr, prevede un’accelerazione sulla rete unica, con un coinvolgimento di quattro attori: Cdp (che della rete unica avrebbe una quota vicina al 30 per cento), Vivendi (attualmente azionista al 23,6  per cento di Tim), il fondo Macquarie (attualmente  azionista al 50 per cento in Open Fiber), il fondo Kkr (che con Tim ha già una partnership in Fibercop) e una quota flottante non inferiore al 30 per cento.

 

Una volta completata la partita della rete unica (partita che oggi potrebbe essere resa meno difficoltosa rispetto al passato grazie alla svolta  messa in campo dal primo azionista di Telecom, ovvero Vivendi, che ora è disponibile allo scorporo) Tim potrà essere messa in vendita più facilmente, almeno nelle speranze, e il governo ha intenzione di non far fare un passo indietro a Cdp almeno fino a quando Tim non troverà un marito.

 

Arrivati a questo punto del ragionamento, e delle piccole notizie, ci si potrebbe chiedere cosa c’entrino con tutto questo romanzo le storie di Mps e di Alitalia (oggi Ita) e la risposta è fin troppo scontata: il metodo Draghi. Un metodo che vale per Mps (controllato dal Mef), che vale per Ita (controllata dal Mef) e che vale per Tim (controllata al 10 per cento dal Mef attraverso Cdp): provare a prezzare le aziende partecipate dallo stato trovando un equilibrio tra investimenti reali e costo dell’organizzazione (vedi alla voce efficienza), senza aver paura delle reazioni dei sindacati (vedi alla voce esuberi) senza chiedere al mercato di fare quello che lo stato per anni ha scelto di non fare (risolvere i problemi creati da una visione clientelare della politica industriale).

 

E così oggi, con qualche tossina in meno rispetto al passato, possono ambire a essere al centro di un’operazione di mercato sia Mps, sia Ita, sia Tim. Non è detto che le operazioni vadano in porto (Mps è un test per Daniele Franco, Ita è un test per Giancarlo Giorgetti, Tim è un test per Vittorio Colao, e due tra i ministri sotto esame sanno di avere delle possibilità per giocarsi qualche fiche nell’eventuale dopo Draghi a Palazzo Chigi, ma la novità rispetto al passato c’è e coincide con un messaggio dirompente della stagione Draghi: investire in Italia si può, anche in società dove fino a qualche tempo fa investire sembrava un tabù.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.