Diplomazia dell’arancia

Cina, la stagione della raccolta dell'arancia Navel a Lianziyan, nella provincia centrale di Hubei (foto LaPresse)
I due container di agrumi sono infatti stati caricati il 31 gennaio, per poi salpare dal porto di Catania il 5 febbraio. Il giorno non è casuale, è quello di Sant’Agata, santa patrona della città etnea, pregata di fare il miracolo di far arrivare i frutti in condizioni di commestibilità. L’azienda siciliana ha selezionato uno a uno i frutti più adatti ad affrontare due mesi di navigazione, ma il video girato dalla televisione cinese mostra che alcune arance sono inevitabilmente arrivate un po’ mollicce. Per il momento si tratta di un test di mercato e tutti si augurano che il prodotto soddisfi i gusti cinesi. Ma è il caso di mettere questo tentativo di penetrazione del mercato asiatico nella giusta prospettiva: l’export italiano verso la Cina di prodotti dell’agricoltura, pesca e silvicoltura è di appena 38 milioni di euro, che corrispondono allo zero virgola qualcosa dei circa 13 miliardi complessivi. Il vero export in Cina l’Italia lo fa sui macchinari (3,8 miliardi), prodotti chimici (1 miliardo), farmaceutici (900 milioni), autoveicoli (800 milioni).
Il settore agricolo non è proprio il nostro forte, anche perché esportare così lontano prodotti a basso valore aggiunto come la frutta non risulta molto competitivo. Inoltre, tra i tanti prodotti agricoli, gli agrumi non sono forse quelli più adatti per sbaragliare la concorrenza locale, perché la Cina ne è il primo produttore mondiale. Secondo i dati della Fao riportati nel “Citrus fruits statistics 2017” la Cina produce 32 milioni e 705 mila tonnellate di agrumi, circa il 25 per cento del totale, molto di più di tutto il bacino mediterraneo messo insieme. Non solo nel mondo più di un agrume su quattro è cinese, ma in Cina la produzione aumenta costantemente: negli ultimi otto anni è cresciuta del 50 per cento (in Italia è leggermente diminuita). C’è da sperare che le nostre arance stagionate piacciano, e se riusciremo nell’impresa potremo anche tentare di esportare i ghiaccioli al Polo sud, ma davvero non si comprende che visione del commercio internazionale si nasconda dietro a tanto entusiasmo per la spedizione di un carico di frutti. Sarà per la passione che negli anni il M5s ha mostrato per le arance, usate come arma contro gli avversari politici arrestati (anche da parte di chi ora si trova nelle stesse condizioni), o magari perché Di Maio si aspetta dal “presidente Ping” una nuova campagna anti corruzione che rilanci questo tipo di domanda in Cina. Ma è deprimente vedere come in questi mesi sia stata portata avanti la delicata trattativa con la Cina che ha creato tensioni con i nostri alleati: da un lato un paese interessato alle infrastrutture, alle telecomunicazioni e al 5G, dall’altro uno che punta sull’export di arance via nave dall’altro lato del mondo. Tra i due è l’Italia che ha assunto il ruolo di paese in via di sviluppo.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali