Perché il governo italiano non dovrebbe parlare come quello argentino

Alberto Brambilla

Roma. I paragoni tra l’Italia e l’Argentina sono frequenti e spesso sono stati azzardati. Anche in questo momento, in cui i titoli di stato italiani hanno rendimenti divergenti – più alti – rispetto ai paesi periferici dell’Eurozona, e pende il giudizio delle tre maggiori agenzie di rating sul merito di credito di un paese a guida populista, paragonare la plurifallita Argentina all’Italia è azzardato se il pensiero va al “default”. C’è però una similitudine concreta ed evidente tra il governo di Mauricio Macri e quello di Salvini-Di Maio. Pur distanti per natura, l’uno tecnocratico e pro business, l’altro decrescitista con innesti tecnocratici a bilanciare slittamenti pericolosi, entrambi i governi comunicano male le loro intenzioni agli investitori internazionali.

 

L’Argentina sta soffrendo una nuova ondata di panico sui mercati con una pesante svalutazione del pesos. Il motivo sta soprattutto nella pessima comunicazione di Macri che ha accentuato il malessere economico del paese: mercoledì il presidente ha pubblicato su YouTube un suo intervento in cui chiedeva al Fondo monetario internazionale di accelerare l’erogazione di un prestito da 50 miliardi di dollari per soccorrere l’economia argentina. L’annuncio a sorpresa ha avuto l’effetto opposto a quello sperato, ovvero rassicurare la popolazione, perché ha confuso gli investitori in quanto non era accompagnato da una spiegazione tecnica della decisione né tanto meno da una chiarificazione su quello che il governo farà in seguito. Il capo di gabinetto ha dovuto spiegare che non si va verso il “fallimento”. La Banca centrale ha alzato i tassi d’interesse al 60 per cento per evitare un’accelerazione dell’inflazione. L’Argentina è un paese che ha passato ogni malanno economico: otto default dal 1927 al 2011, ordine di rimborso dei creditori da parte di un tribunale straniero, iperinflazione, recessione. E’ fragile, basta un balbettio per creare panico. L’Italia è protetta dall’Eurozona, ma l’ambiguità del governo gialloverde e la scarsa visibilità sui programmi economici sono “argentine”. Roma non dovrebbe parlare più come Buenos Aires. 

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