Il declassamento del sovranismo economico

Luciano Capone

Il crollo della lira turca, il tracollo del peso argentino, la smaterializzazione del bolìvar venezuelano. In queste ultime settimane stiamo assistendo alle crisi valutarie di diversi paesi emergenti e viene da chiedersi cosa abbiano in comune tra di loro e se abbiano qualcosa da insegnare all’Italia che, all’interno della tranquilla e protetta Eurozona, sta attraversando una burrasca finanziaria segnalata dall’aumento dello spread.

  

Naturalmente sono situazioni molto diverse tra loro. Come scriveva Tolstoj in Anna Karenina “tutte le famiglie felici si somigliano, mentre ogni famiglia infelice lo è a modo proprio”. Quella del Venezuela non è una semplice crisi economica, ma una catastrofe umanitaria, politica e istituzionale: soppressione delle libertà democratiche, iperinflazione a 1 milione per cento, scarsità di medicinali e beni essenziali, un esodo biblico di profughi in fuga dal paese. Lo scenario è quello di uno stato fallito, tipo la Somalia o Haiti, ma in questo caso si tratta di un paese da 30 milioni di abitanti, storicamente tra i più ricchi del Sudamerica e con le riserve petrolifere più grandi del mondo. Non c’è stata alcuna guerra civile, nessun cataclisma naturale, ma solo una politica economica dissennata di una dittatura socialista – peraltro fino a poco fa apprezzata dal primo partito italiano ora al governo, il M5s – che ha statalizzato settori fondamentali dell’economia e, attraverso una Banca centrale che è diventata la tipografia del governo, non ha fatto altro che stampare moneta per finanziare i propri deficit pubblici fuori controllo. Con una mossa disperata il presidente Maduro ha lanciato il Petro, una nuova moneta legata alle riserve petrolifere: vuole convincere cittadini e mercati di aver tolto le mani dalla stampante per riconquistare un po’ della loro fiducia in una valuta che adesso vale letteralmente meno della carta igienica.

  

L’Argentina ha invece un governo ideologicamente agli antipodi, che dopo un ciclo politico populista-peronista abituato a stampare soldi per finanziare la spesa in deficit, ha imbracciato un percorso “ortodosso” cercando di ridurre l’inflazione e colmare il deficit. Ma neppure un presidente pro market come Mauricio Macri è riuscito ad arginare il crollo del peso, dovuto all’aumento dei tassi deciso dalla Fed che ha rafforzato il dollaro e minato la credibilità nell’economia argentina. Di fronte alla crisi di fiducia nel peso neppure il rialzo dei tassi al 60 per cento e la richiesta di assistenza al Fmi con un prestito da 50 miliardi di dollari sono serviti.

  

Nel caso della Turchia il problema è principalmente il debito privato, denominato in dollari. Anche in questo caso, il rialzo dei tassi deciso dalla Fed sta facendo volare via i capitali che erano affluiti generosamente. Dopo aver evitato le riforme negli anni di vacche grasse, ora Erdogan per placare i mercati dovrebbe aumentare i tassi di interesse, ma è una misura impopolare e anche insufficiente una volta che è scattato il panico.

  

Da queste tre crisi, molto diverse eppure simili, emerge una lezione per i sovranisti di casa nostra: la moneta non è solo sovranità, ma è soprattutto fiducia. Non te ne fai nulla della sovranità su una moneta di cui nessuno si fida. Sarai costretto a indebitarti in una valuta estera proprio perché soffri di un “peccato originale” – il caso dell’Argentina è emblematico, e Macri lo sta scontando – dovuto alla storica scarsa indipendenza e credibilità della tua Banca centrale e della tua politica monetaria. In questo periodo sull’Italia sta soffiando un vento di sfiducia sulla sostenibilità del nostro debito pubblico, causato dalle dichiarazioni caotiche e irresponsabili del governo sul deficit e sugli obiettivi di finanza pubblica. Ciò che ci protegge da una tempesta finanziaria sono l’appartenenza all’Eurozona e la credibilità della Bce. Ciò che ci espone di più sono le intenzioni di chi vuole uscire per mettersi a stampare soldi per conto suo per finanziare il deficit. Se il paese non è credibile dentro l’euro, fuori sarà molto più dura. Basta chiedere in Argentina, Turchia e Venezuela quanto vale la sovranità su una moneta screditata.

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