Perché con la crisi turca l’oro non è più considerato un “rifugio”

Ugo Bertone

Milano. Rimbalza la lira turca, si risolleva un po’ anche l’oro. Un copione alla rovescia rispetto alla tradizionale funzione di bene rifugio del metallo giallo, da sempre la protezione più diffusa contro guerre e pestilenze, nonché contro il rischio contagio per le crisi internazionali. Altri tempi. Oggi l’oro, sostiene John Authers del Financial Times, è vittima, assieme alle valute emergenti, del dollaro. I numeri avvalorano questa tesi.

 

Negli ultimi giorni, a mano a mano che prendeva corpo la drammatica discesa della valuta di Recep Erdogan, l’oro che in altra epoca avrebbe attratto come una calamita i quattrini in cerca di riparo dalla tempesta valutaria. Stavolta è andata in maniera diversa. Anzi, opposta. L’oro, già in forte discesa (il 9 per cento in meno da gennaio) per effetto del braccio di ferro sui commerci tra Cina e Stati Uniti, ha sfondato lunedì al ribasso la soglia dei 1.200 dollari l’oncia sotto la pressione della valuta americana, per poi mantenersi ieri poco sopra quota 1.190. Una crisi che trova conferma negli scarsi appetiti dei compratori tradizionali del metallo giallo: la domanda mondiale, dice il World Economic Council, non è mai stata così bassa dal 2009, l’anno del tracollo di Lehman Brothers e della crisi di liquidità. Il calo dei prezzi, peraltro, non convince i compratori a rientrare in scena. Nemmeno l’India, da sempre il mercato più sensibile al fascino dell’oro. Anzi, la tempesta sulla lira turca ha coinciso con vendite robuste sulla rupìa, così come sulle sorti del rand del Sud Africa, patria delle miniere. Insomma, stavolta lo scudo dell’oro non funziona contro il contagio della paura. Anzi anche il metallo giallo che negli ultimi dodici mesi ha perduto il 12 per cento circa (in dollari) sembra la vittima preferita del dollaro. Una sorte inedita per un bene d’investimento che, per sua natura, offre una protezione “fisica”, per sua natura più solida e meno fluttuante dell’economia di “carta”.

 

Le ragioni?

 

Il mercato dell’oro, in questi anni, si è profondamente finanziarizzato con l’apparizione degli Etc (gli Etf investiti nelle commodity). Ma il vero motivo della crisi attuali sta nella forza del dollaro, ormai il bene rifugio per eccellenza. Non a caso il declino del metallo giallo dura dal novembre 2016, cioè dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca. E’ da allora che l’oro ha perduto, almeno per ora, la sua funzione di scudo contro il rischio. Ma perché gli investitori, sia i privati che le Banche centrali hanno fatto rotta sulla valuta americana a scapito del metallo? La causa sta nel nuovo atteggiamento della Banca centrale americana. La Fed, dagli anni della grande crisi in poi, ha garantito il credito necessario, prima per evitare il collasso del sistema, poi per oliare i meccanismi della ripresa.

 

Oggi, con buona pace delle sfuriate via tweet di Trump (fautore, come Erdogan, della crescita a ogni costo) la Fed ha un atteggiamento assai più rigido nella convinzione che, dopo nove anni di espansione, l’economia sia destinata prima o poi a frenare. E sarebbe un bel guaio se la Fed non avesse accumulato per tempo le condizioni (tassi più alti, liquidità più contenuta) per fronteggiare il rallentamento. Di qui la reazione dei mercati: una Fed accomodante e “morbida” di fronte all’inflazione è un buon propellente per l’acquisto di oro. Al contrario, oggi gli operatori annusano atteggiamenti da “falco” da parte di Jerome Powell e corrono a comprare dollari. Vista così, la crisi della lira turca è solo un episodio di un fenomeno più generale, il sintomo del “contagio del dollaro” che promette di mettere sotto pressione, dopo la valuta di Erdogan, la finanza degli emergenti, dall’Argentina all’Indonesia passando per il Brasile e la Russia, senza risparmiare nemmeno l’India.

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