Con la valuta che crolla, Erdogan mostra i pericoli del sovranismo monetario

Stefano Cingolani

[Aggiornamento del 10 agosto] Stamattina la lira turca ha raggiunto nuovi minimi storici sul dollaro, perdendo il 5,5 per cento rispetto alla valuta americana. La lira è scambiata a 5,85 dollari, sulla scia della crisi diplomatica tra Turchia e Stati Uniti e per il moltiplicarsi dei timori per l'esposizione delle banche europee. La moneta turca è scesa per la prima volta sotto quota 6 dollari, perdendo circa il 12 per cento del suo valore, per poi risalire a 5,85 dollari. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha denunciato "campagne in corso" contro il suo paese e ha esortato i cittadini a "non prestare loro alcuna attenzione". "Se loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente, il nostro diritto, il nostro Allah e continuiamo a camminare con passo fermo verso il futuro", ha aggiunto il presidente, citato dal quotidiano Hurriyet.

  


 

Roma. Ci sono due lire sovrane, anzi una persino sultana, che si stanno svalutando non per sostenere la congiuntura attraverso le esportazioni, ma per ragioni fondamentalmente politiche. La più importante è la lira sterlina, la più pericolosa è la lira turca, in picchiata ormai da molti mesi, ancor prima che il presidente Recep Tayyip Erdogan ottenesse, il 24 giugno scorso, il suo nuovo mandato popolare con il 52 per cento dei voti. Nell’un caso e nell’altro la moneta si rivela ancora una volta “barometro di movimenti profondi e causa di non meno formidabili conversioni delle masse” come scrisse lo storico Marc Bloch poco prima di essere ucciso dai nazisti. Quel che butta giù la sterlina è il timore che si arrivi alla Brexit senza un accordo con l’Unione europea, il che farebbe pagare un prezzo pesantissimo alla Gran Bretagna. Quando Liam Fox, segretario al Commercio, ha detto che le probabilità di una hard Brexit stanno ormai al 60 per cento, sono ricominciate le vendite e la valuta è tornata ai minimi sull’euro, raggiunti già a ottobre, cioè 0,89. La situazione è critica, ma non disperata a differenza da quel che sta accadendo alla lira turca. L’ultima goccia è la lite con gli Stati Uniti perché è stato imprigionato un pastore evangelico Andrew Brunson, accusato di spionaggio e terrorismo. Donald Trump ha adottato sanzioni contro i due ministri ritenuti responsabili, Erdogan ha risposto con altre sanzioni. Ma il vaso era già colmo. La Turchia è stata una cocchetta degli investitori internazionali che hanno finanziato la sua rapida crescita, ma con la svolta autoritaria e antioccidentale sono arrivati i primi ripensamenti.

 

Poi è cominciata una vera e propria fuga. La disaffezione dei capitali esteri, analizzata ieri dal Financial Times, è venuta via via crescendo anche per ragioni strategiche (la Turchia ha comprato dalla Russia i sistemi antimissile S-400). Adesso c’è chi parla di un Venezuela alle porte d’Europa e chi teme il contagio: Ankara potrebbe fare da miccia per una crisi valutaria internazionale. Il Fondo monetario monitora la questione, ma per il momento si tiene fuori, mentre Erdogan ha inviato suoi emissari a Washington nel tentativo di cercare di ammorbidire la Casa Bianca. Il segretario di stato Mike Pompeo ha detto che il pastore deve essere rilasciato. Punto.

 

La lira ha perduto il 27 per cento dall’inizio dell’anno e il 34 per cento da quando due anni fa fallì il dilettantesco colpo di stato. L’inflazione supera già il 16 per cento. La Borsa da gennaio a oggi ha ceduto il 17 per cento. I titoli di stato hanno ormai un rendimento del 20 per cento, e il mercato delle obbligazioni nel suo complesso ha perduto il 38 per cento, due punti più dell’Argentina. Le aziende del paese hanno un’esposizione di 337 miliardi (217,3 al netto degli attivi). E lunedì la Banca centrale è stata costretta ad aumentare le disponibilità di liquidità in valuta statunitense per 2,2 miliardi, cercando di togliere pressione alla lira e dare ossigeno alle aziende nel reperire finanziamenti. Le banche hanno debiti esteri in scadenza per 100 miliardi di dollari nei prossimi dodici mesi, mentre il deficit della bilancia commerciale supera il 6 per cento del pil. Il disavanzo di conto corrente è arrivato a 50 miliardi di dollari e ormai non è più coperto dalle riserve internazionali che ammontano a 45 miliardi di dollari.

 

Il governatore della Banca centrale, Erdem Basci, prima delle elezioni ha già alzato i tassi fino a raggiungere il 17,75 per cento, ma a luglio ha cominciato a sostenere che non c’è più bisogno di nuovi aumenti. A fargli invertire la rotta è stato lo stesso Erdogan, contrario a ogni rincaro del costo del denaro. A questo punto c’è il serio rischio di dover chiudere il mercato dei cambi isolando la lira e l’intera Turchia.

 

Molti sostengono che il nuovo sultano sarebbe pronto ad assumersi anche questo rischio agitando di fronte alle masse lo spettro del complotto internazionale. Del resto, ha già dato chiari segni che vuole decidere da solo anche sull’economia, affidando l’incarico di ministro al proprio genero – Berat Albayrak, del tutto privo di esperienza –, e ha cambiato lo statuto della Banca centrale per dichiarare a tempo indefinito la scadenza del governatore (cioè sarà Erdogan a decidere se, come e quando licenziarlo).

 

La politica economica del governo, all’insegna del sovranismo autoritario, è stata disastrosa, spiega Fadi Hakura del pensatoio britannico Chatham House. Allo scopo di rafforzare la sua linea e vincere le elezioni, Erdogan ha spinto al massimo la spesa pubblica con investimenti faraonici (tra i quali il palazzo presidenziale) e si è indebitato alla grande (dal 2008 il debito in dollari ed euro è salito dell’80 per cento). Tra nepotismo, incompetenza, arroganza, autoritarismo, doppiezza internazionale (ogni riferimento ad altri paesi mediterranei è del tutto casuale), il sultano ha superato i limiti della ragion pratica. Sarà la dura legge dei numeri a segnare il suo tramonto?

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.