Finis Tirreno. Epilogo di un accanimento giudiziario

Chicco Testa

L’Osservatorio regionale ligure sull’ambiente ha rilasciato il suo rapporto finale sulla qualità dell’aria nell’area di Vado Ligure. Le conclusioni sono inequivocabili: la qualità dell’aria era ed è buona. Nessuna modifica è intervenuta dopo la chiusura della centrale di Tirreno Power. Non vi è e non vi era alcuna differenza nella presenza di malattie respiratorie in quell’area rispetto al resto della Liguria. Punto.

 

Nel frattempo una scriteriata iniziativa della procura locale ha portato alla chiusura della centrale, alla cancellazione  di circa 1.000 posti di lavoro, a ingenti danni economici per la società, la Tirreno Power, proprietaria dell’impianto.

 

Ma tutta la storia potrebbe esser presa a esempio di cosa accade quando l’accanimento e il protagonismo giudiziari si scontrano con la ragionevolezza. A cominciare da una surreale perizia sulla qualità dell’aria e le conseguenze sanitarie commissionata dalla Procura non come ragione vorrebbe a organismi pubblici a ciò destinati e che questo lavoro lo svolgono regolarmente anno dopo anno. Ma in base all’idea che tutti complottassero per tenere nascosti dati negativi a periti di parte, noti per la loro militanza ambientalista. Conclusasi naturalmente con risultati catastrofici, con stime di migliaia di morti – mai rilevati da alcuna indagine pubblica. Da qui la messa in stato di accusa di decine di persone fra dipendenti della società e funzionari pubblici e la conseguente chiusura della centrale. In spregio al fatto che anche la procura avesse dovuto prendere atto che mai i limiti di emissione previsti dalla Legge fossero stati superati.

 

Nel frattempo numerose altre centrali dello stesso tipo continuavano a funzionare nella stessa Liguria e in altre parti di Italia non ravvisando le Procure di quei luoghi la stessa emergenza rilevata invece a Vado.

In questo modo la procura non solo sbagliava completamente le sue valutazioni, ma si introduceva il criterio secondo il quale non basta alle imprese rispettare le leggi dello Stato italiano, ma devono anche tutelarsi, non si sa come, dal giudizio di “ esperti” scelti a capocchia dalla Procura stessa.

 

La perizia e la metodologia usata è stata più volte contestata, per non dire ridicolizzata, da ben più solidi Istituti scientifici, ma questo non ha fermato il Procuratore di allora, fortunatamente oggi in pensione.

I suoi successori si trovano in un bel pasticcio , venendo a mancare i presupposti giuridici e materiali per sostenere l’accusa e infatti a poco a poco gruppi di indagati vengono via via esclusi dal procedimento. Naturalmente gruppi e comitati locali continuano a negare l’ evidenza e pretendere giustizia la’ dove una grande ingiustizia si è già compiuta.

 

Rimane ora una domanda. Chi paga per tutto questo? Per i danni economici inferti, per i posti di lavoro persi, per l’inutile allarmismo sollevato che ha riempito per anni le pagine dei giornali liguri e nazionali?

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