“Non è cambiamento, è peggioramento”, dice l’industriale Bonometti

Alberto Brambilla

Roma. Come ha scritto lo storico dell’economia Giuseppe Berta sul Foglio del 26 luglio, nell’immaginario politico di una parte del populismo gli imprenditori rappresentano una componente essenziale perché iniettano linfa vitale nella vita di un paese altrimenti immobile. L’imprenditore, almeno nella visione shumpeteriana, è essenzialmente innovatore e perciò incline ad assecondare una spinta al cambiamento. Tuttavia il populismo, vediamo oggi, frustra gli imprenditori quando, per assecondare la massa, fa la guerra al capitalismo sia in senso demagogico sia sostanziale.

   

“Questo cambiamento è peggioramento”, dice al Foglio Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, a proposito del primo provvedimento del governo di Lega e M5s, il decreto “dignità”, che avrebbe l'effetto di ridurre la competitività delle aziende italiane e per questo è stato criticato dalla Confindustria nazionale e dalle associazioni del nord e nord est. In seguito alle proteste, il governatore del Veneto, Luca Zaia, ieri ha detto che il decreto “va cambiato”. Bonometti è presidente della Officine meccaniche rezzatesi (Omr) che, fondata nel 1919, realizza componenti per primo equipaggiamento e ricambi di autoveicoli con 3 mila addetti nel mondo e clienti del calibro di Fca, Ferrari, Volkswagen e Audi. “Bisognerebbe che questa classe politica andasse a lavorare in fabbrica per conoscere i problemi della gente. Con quel provvedimento andiamo a complicare la vita delle imprese perché viene meno la fiducia di assumere mentre aumentano i contenziosi legali e si riduce la possibilità di assumere e di creare posti di lavoro”. Per Bonometti il provvedimento va dunque all’opposto di quanto è necessario fare in un periodo di modesta ripresa dell'economia, almeno se confrontata con la media continentale. “Non possiamo stare a guardare mentre le imprese vengono penalizzate soprattutto in regioni come la Lombardia o l’Emilia Romagna, che contribuiscono per il 30-40 per cento alla produzione del reddito nazionale, o di Piemonte e Veneto che fanno i 2/3 dell’export”. Se non si può stare a guardare quale sarebbe l’alternativa? Una mobilitazione pubblica dei confindustriali? Una manifestazione di piazza? “La mobilitazione non è una soluzione, e nemmeno è nel nostro costume. Bisogna confrontarsi per ottenere la soluzione migliore. Altrimenti l’unica via d'uscita per la Lombardia è accelerare l'autonomia amministrativa e, in parte finanziaria-fiscale, di una regione virtuosa che ha bisogno di sganciarsi dalla burocrazia centrale”.

    

Bonometti dice che con la Regione Lombardia del leghista Attilio Fontana “stiamo lavorando bene per aumentare la competitività delle imprese” e ne condivide le ambizioni autonomiste. Giovedì Fontana ha consegnato al ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Erika Stefani, un documento in quindici sezioni corrispondenti alle prime materie che la regione vorrebbe avocare a sé dalle quali è esclusa l’autonomia fiscale. “Penso che possano essere già valutate non solo dalla struttura del Ministero, ma anche, spero in tempi brevi, da quello dell’Economia e Finanze”, ha detto Fontana. Il distacco della Lombardia sarebbe costoso e complesso. Ma tuttavia rivela una realtà palese che probabilmente la Lega salviniana ha preferito ignorare durante la campagna elettorale, vista la propaganda anti euro e anti tedesca. Le imprese del nord – compresa la Omr di Bonometti – sono indissolubilmente legate alla catena produttiva tedesca e all’area euro. La Germania è infatti il primo partner commerciale per 36 province su 47 dell'Italia settentrionale e da quando è stato introdotto l’euro l’export dell’area è raddoppiato da 500 a oltre 1.200 miliardi di euro. Dato questa situazione non è innaturale invocare il distacco da una nazione che imbriglia la competitività delle imprese e da un governo che non risolve del tutto l’ambiguità della sua collocazione geo-economica, ovvero europea. Per quanto Matteo Salvini può far finta di nulla?

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