La manina del decreto dignità era quella di Di Maio

Giuliano Cazzola

Al direttore

Le ricostruzioni giornalistiche degli ultimi giorni hanno dimostrato che Giggino De Rege “non poteva non sapere” (come scrivono le procure) della tabella accusata di concorso esterno e notturno in infiltrazione a scopo di caciara, nella relazione tecnica al decreto (in)degnità. Il ministro-ragazzino ha quindi mentito sul complotto e lo ha fatto accusando – pur non avventurandosi in nomi al contrario di Matteo De Rege – delicatissimi apparati dello Stato e del maggiore ente previdenziale d’Europa. In presenza di un comportamento  così grave, in altri tempi, si sarebbero chieste a gran voce le dimissioni del ministro. Ma persino l’ayatollah Roberto Fico, fidandosi della parola di Di Maio, ha affermato di credere nell’esistenza di un complotto. Il fatto è che esiste un altro elemento di sonora ed inconfutabile smentita: l’articolo 14 comma 2 del decreto dispone una copertura finanziaria delle norme riguardanti la controriforma del contratto di lavoro a tempo determinato, la nuova disciplina dell’indennità di licenziamento ingiustificato e l’incremento della contribuzione del contratto a tempo determinato. La copertura non è prevista a fronte di maggiori spese (che non vi sono) ma in conseguenza di minori entrate fiscali e contributive. Il che sta a significare, inequivocabilmente, che è prevista (per diversi anni) una diminuzione del monte retributivo a causa della perdita di un certo numero di posti di lavoro. In sostanza la “manina” incriminata è quella di Giggino De Rege.

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