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I pericoli della trade war di Trump spiegati con le lavatrici

Eugenio Cau

Un’azienda americana di elettrodomestici per anni ha invocato dazi. Quando sono arrivati però sono cominciati i problemi

Roma. Per anni Whirlpool, l’azienda americana produttrice di elettrodomestici, ha invocato dazi e protezioni tariffarie da parte del governo degli Stati Uniti, chiedendo a Washington di salvaguardare i lavoratori e l’industria americani dalla concorrenza sleale dei produttori di lavatrici provenienti dall’Asia, che facevano dumping sugli Stati Uniti e distruggevano il mercato locale. Ma quando, dopo anni di denunce e appelli, le tariffe protezionistiche per le lavatrici americane sono infine arrivate – e con esse la trade war di Donald Trump – Whirlpool ha visto i problemi aumentare anziché diminuire, i consumatori americani sono stati costretti a pagare di più per la loro lavatrice, e i piani gloriosi del ceo Marc Bitzer per un’autarchia della lavatrice sono stati ridotti drasticamente. Il Wall Street Journal ieri ha raccontato in un articolo le disavventure dell’azienda, trasformatasi da sostenitrice della guerra commerciale a sua probabile vittima.

 

Per decenni, Whirlpool è stata la forza dominante del mercato delle lavatrici negli Stati Uniti. Nel 2007, l’azienda e i suoi marchi associati vendevano il 37 per cento delle lavatrici americane, ma proprio in quel periodo le aziende coreane Samsung e LG cominciarono a produrre lavatrici in stabilimenti in Messico per venderle negli Stati Uniti. La prima denuncia per dumping da parte di Whirlpool avvenne nel 2012, e il dipartimento del Commercio assecondò la richiesta, imponendo dazi alle lavatrici importate da Corea del sud e Messico. Immediatamente, Samsung e LG spostarono la produzione in Cina. Whirlpool ricominciò la trafila per chiedere nuove sanzioni, ma invano: le aziende coreane si erano ri-spostate in Vietnam e Thailandia. Esasperata, Whirlpool chiese all’Amministrazione Trump, da poco entrata in carica, di applicare l’arma-fine-di-mondo: una legge di “salvaguardia” risalente agli anni Settanta che impone tariffe non a questo o quel paese, ma all’intero mercato delle lavatrici. La dirigenza dell’azienda disse che, con le tariffe attive, Whirlpool avrebbe assunto 1.300 lavoratori in più nella sua fabbrica nell’Ohio, avrebbe aumentato il ritmo di produzione a tre turni giornalieri e dato una spinta alla grande industria americana. L’Amministrazione, ingolosita, a gennaio ha applicato i dazi di “salvaguardia”: tariffe del 20 per cento sui primi 1,2 milioni di lavatrici straniere importate in un anno in America, e del 50 per cento su tutte le successive. Whirlpool ha esultato.

 

Ma da gennaio a oggi, è successo quasi il contrario di quello che l’azienda americana sperava. Le azioni di Whirlpool sono in calo del 15 per cento dall’inizio dell’anno, le entrate nette, nonostante il gran taglio delle tasse operato dall’Amministrazione in favore delle aziende, sono calate di 64 milioni di dollari rispetto all’anno precedente e ci sono segnali di rallentamenti nella produzione. All’inizio dell’anno, prevedendo un boom di ordini, Whirlpool ha assunto 200 persone in più, ma a maggio le spedizioni di lavatrici (spedizioni non significa vendite, ma è un buon indicatore anche per queste ultime) sono scese della maggior quota percentuale da sei anni a questa parte. Soprattutto, i prezzi delle lavatrici per i consumatori americani sono aumentati tantissimo, in media del 20 per cento. Il Wall Street Journal ha tenuto traccia di alcune lavatrici economiche, e ha visto che sia le lavatrici di Whirlpool quanto quelle della concorrenza sono aumentate circa di 100 dollari a pezzo.

 

Com’è successo questo disastro? Semplice: l’America non ha introdotto le sue sanzioni sulle lavatrici in un ambiente sterile. Se Whirlpool sperava che una misura di politica commerciale imposta dal governo avrebbe risolto i suoi guai con rivali troppo aggressivi, evidentemente sottovalutava le reazioni. L’Amministrazione ha imposto 92 miliardi di dollari di dazi su beni come le lavatrici, i pannelli solari, l’acciaio, l’alluminio, ma i paesi colpiti hanno risposto con rappresaglie altrettanto dure. Schermaglia dopo schermaglia, è scoppiata la guerra commerciale, e una multinazionale come Whirlpool non poteva che esserne colpita. L’aumento stratosferico dei prezzi di acciaio e alluminio ha aumentato i costi della produzione di lavatrici, provocando parte dell’aumento dei prezzi. Samsung e LG, inoltre, davanti alla barriera commerciale americana, hanno avviato le pratiche per spostare la loro produzione negli Stati Uniti. Questa, sul lungo periodo, potrebbe essere una buona notizia per l’economia americana, ma intanto le azioni in Borsa delle due aziende coreane sono calate dall’inizio dell’anno tanto quanto quelle di Whirlpool. Il ceo Bitzer, che al momento dell’applicazione delle sanzioni esultava, ad aprile ha detto che “continueranno a esserci incertezze sulle potenziali tariffe e azioni commerciali future”. Se la guerra commerciale con la Cina dovesse andare avanti, per esempio, le componenti elettroniche che animano gran parte degli elettrodomestici americani potrebbero diventare molto più costose.

 

La vicenda di Whirlpool è emblematica, ed è una risposta fattuale a Donald Trump, che qualche mese fa, mentre cominciavano le schermaglie commerciali tra Stati Uniti, Cina ed Europa, twittava: “le trade war sono facili da vincere”. Ecco, niente è facile in una guerra commerciale.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.