“Non ratificare il trattato Ceta sarebbe un autogol clamoroso”

Mariarosaria Marchesano

Milano. “Solo gli stupidi non cambiano idea”, ha detto ieri il ministro (leghista) delle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio, prima di sedersi al tavolo del Consiglio europeo con gli altri capi dei dicasteri del settore. Viene da domandarsi se sia stata una battuta casuale di fronte all’incalzare delle domande sul futuro del Ceta, il trattato che assicura il libero scambio di merci con il Canada e che il governo minaccia di non ratificare, oppure la sostanziale presa d’atto che le obiezioni sui presunti danni che l’accordo potrebbe provocare al made in Italy si stanno ormai rivelando infondate. Ufficialmente, Centinaio continua a dire di non vedere vantaggi dal Ceta – e non potrebbe fare diversamente visto che qualche giorno fa il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, è arrivato a paventare la rimozione dei funzionari che difendono l’accordo commerciale –, ma dalle sue parole (“Vogliamo capire se è vantaggioso oppure no”) traspare qualche crepa nel muro di sicurezza ostentato finora.

   

Del resto, i dati che sono stati diffusi sempre ieri da Agrinsieme, coordinamento che riunisce Cia-Agricoltori italiani, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle cooperative agroalimentari, sono chiari: da quando il trattato è entrato in vigore (in maniera provvisoria), cioè da ottobre 2017 a oggi, le esportazioni italiane verso il Canada – pari a 811 milioni di euro su base annua – sono aumentate in media del 6 per cento, mentre sono diminuite del 57 per cento le importazioni di grano. La presa di posizione di Agrinsieme è destinata ad avere un certo peso perché è espressa da associazioni di categoria che rappresentano i due terzi delle aziende agricole e il 60 per cento della produzione complessiva nel nostro paese.

   

Queste associazioni hanno lanciato anche un appello al governo affinché recepisca l’accordo sottoscritto dall’Unione europea con il Canada: “La mancata ratifica sarebbe un autogol clamoroso”. Parole che, unite agli apprezzamenti espressi dai produttori di Grana Padano e Parmigiano Reggiano, fanno apparire praticamente isolata la voce della Coldiretti, che per prima ha sollevato dubbi sulla validità del trattato trovando terreno fertile nel sovranismo dell’esecutivo Lega-5 Stelle. “Francamente non vedo argomenti che possano sostenere una mancata ratifica del Ceta da parte dell’Italia – dice Dino Scanavino, presidente della Cia, Confederazione italiana agricoltori con 950 mila iscritti tra aziende e agricoltori. La qualità delle produzioni italiane non ha bisogno di frontiere e sono fiducioso che lo stesso governo, alla fine, converrà sul fatto che questo trattato può portare solo benefici all’Italia, visto che protegge 41 produzioni dop e igp che fino a poco fa non godevano di alcuna tutela”.

   

Ma allora perché tanta ostilità? “Forse bisognerebbe spiegare in modo chiaro che, per esempio, con il Ceta i produttori che in Canada imitano il Parmigiano o il Prosciutto di Parma, potranno continuare a farlo solo entro certi limiti e, soprattutto, che sono obbligati a togliere loghi e bandiere italiane dalle confezioni dei prodotti”, precisa il presidente della Cia. Più nel dettaglio, le 41 produzioni protette dal trattato rappresentano circa il 90 per cento dell’export nazionale a denominazione di origine controllata nel mondo. Si potrebbe obiettare che queste produzioni sono almeno duecento e che gran parte resta tagliato fuori. “E’ vero e sicuramente il trattato può essere migliorato o esteso a settori come quello dell’olio pugliese, che non è rientrato nelle tutele pur rappresentando un’eccellenza nazionale con le sue 10 mila tonnellate prodotte ogni anno”.

Dunque, secondo Scanavino, la strada tracciata con il Canada è quella giusta (“dire il contrario significa solo raccontare frottole”), mentre ci sono questioni più urgenti che meriterebbero l’attenzione del governo sul fronte degli scambi commerciali. Fronte diventato centrale con la politica protezionistica inaugurata dal presidente americano Donald Trump. “Le mosse degli Stati Uniti sui dazi vanno monitorate passo passo perché esiste il concreto rischio che possa essere colpita anche la nostra industria agroalimentare”, continua Scanavino, “Ma quello che mi preoccupa di più in questo momento sono i negoziati che l’Ue ha avviato con il Mercosur, cioè con i paesi dell’America latina. Se in questa sede l’Italia non tutela al meglio i suoi interessi, un eventuale accordo di libero scambio potrebbe trasformarsi in concorrenza sleale per i produttori di carne e di vino del nostro paese”.

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