Perché il decreto dignità è un déjà vu 

Annalisa Chirico

Roma. La prima domanda per Maurizio Sacconi, già ministro del Lavoro, più volte senatore, funzionario presso l’Organizzazione internazionale del lavoro, è la seguente: l’impiego part-time di una mamma o quello stagionale di un raccoglitore sono da considerarsi mestieri indegni? "Certamente no. Va riconosciuta però l’esigenza di affrontare un problema reale relativo a un ingresso faticoso nel mondo del lavoro e a una permanenza in esso molto alterna e poco sostenibile. Se il termine dignità è correttamente inteso, si tratta di una sfida assai impegnativa che non si risolve con il vecchio formalismo giuridico. Il decreto in questione è un déjà vu: misure già viste e già sperimentate i cui effetti negativi, in una realtà più complicata del passato, si riprodurrebbero con maggiore impatto".

   

Negli stessi giorni in cui l’Istat certifica il livello più basso di disoccupazione degli ultimi sei anni, il ministro del Lavoro Luigi Di Maio proclama: "Guerra al precariato, ora licenziamo il Jobs Act". A chi giova la discontinuità rispetto a politiche che hanno prodotto buoni risultati? "E’ un eterno vizio – replica Sacconi – Ricordo quando s’invocava invano la continuità per la legge Biagi. Per fortuna i governanti sono più saggi di quel che appaiono. Le leggi però indicano una direzione di marcia, e i segnali in tal senso destano preoccupazione. Se la stagione del Jobs Act, che io ho criticato per i dodici miliardi di incentivi, remava a favore dell’incontro tra lavoro e impresa, il decreto dignità riproduce invece un’idea di potenziale conflitto. Francamente mi sarei atteso la sorpresa di qualche innovazione da parte di questa strana maggioranza che osservo con spirito di apertura, essendo io fuori da ogni partito. Ripescare ricette vecchie di venti o trent’anni mi sembra contraddittorio con la pretesa di essere non nuovi governanti ma governanti nuovi. Il decreto dignità, se non corretto, rischia di marchiare il governo in senso negativamente identitario anziché trasmettere un’idea di cambiamento. Si dichiarano superate destra e sinistra, ma poi si produce un provvedimento che si colloca perfettamente dentro il vecchio schema della sinistra d’antan: diffidenza verso l’impresa, precarietà figlia della norma e non della realtà, illusione di risolverla con il formalismo giuridico’.

  

Il M5s deve riguadagnare visibilità di fronte al protagonismo straripante del leader leghista Matteo Salvini. "Gli atti di un governo non sono lottizzabili, appartengono a tutti i componenti dell’esecutivo. Il mercato del lavoro è radicalmente cambiato, assistiamo a un salto tecnologico senza eguali per velocità e imprevedibilità. Il formalismo giuridico aveva un senso ai tempi della seconda rivoluzione industriale quando la produzione era massificata, i lavoratori erano tendenzialmente uguali e il futuro ci appariva prevedibile. Ora i mercati sono transizionali, caratterizzati cioè da continue transizioni professionali e il futuro è imprevedibile. La vera tutela del lavoro è l’accesso alle conoscenze e alle competenze. L’Italia ha poi bisogno di incentivare la propensione a creare lavoro. La nostra anomalia è che, da sempre, anche nei momenti in cui l’economia tira, registriamo tassi di occupazione relativamente bassi. Prevale la preferenza per lo straordinario, come se i datori di lavoro avessero paura di assumere, come se lo facessero sempre col freno tirato, a volte rinunciando a possibilità di crescita per l’impresa. Attribuisco tale atteggiamento al sovraccarico ideologico che ha contraddistinto il tema del lavoro generando norme pesanti fondate sull’antropologia negativa, cioè sul sospetto verso il datore di lavoro. Il quale se lo sente addosso, a volte se l’è anche meritato, ma non possiamo vincolare tutti per le patologie di pochi". La misura simbolo del decreto consiste nell’aumento del cinquanta percento dell’indennizzo nel caso di licenziamenti illegittimi: non più una somma tra un minimo di quattro e un massimo di ventiquattro stipendi, ma una cifra che potrà arrivare fino a trentasei mesi. "Licenziamenti più costosi disincentivano le assunzioni. La Francia, che non è guidata da un governo di destra, ha ridotto gli indennizzi pur di incoraggiarle. L’Italia ha bisogno di creare posti di lavoro, non di inibirli". Sui contratti a termine il governo riduce da cinque a quattro i rinnovi possibili nell’arco di trentasei mesi e reintroduce le vecchie causali (picchi produttivi, esigenze temporanee etc.) per procedere ai rinnovi. Arriva inoltre un contributo aggiuntivo dello 0,5 percento su ogni rinnovo, per scoraggiare appunto il lavoro a tempo. "L’effetto sarà un aumento del contenzioso giudiziario", commenta Sacconi. Tuttavia il ministro Di Maio si è detto tranquillo: il guardasigilli Alfonso Bonafede ha annunciato un piano per rafforzare i tribunali. "Vorrei tranquillizzare tutti: i tribunali non serviranno perché la stessa reintroduzione delle causali sarà fattore inibente, le imprese rinunceranno ad assumere. O, peggio, ricorreranno al lavoro nero".

  

C’è poi il giro di vite sulle delocalizzazioni: sanzioni di importo da due a quattro volte quanto erogato dallo stato per chi incassa contributi pubblici e poi sposta gli stabilimenti all’estero. "In questo caso è sbagliato l’approccio generalizzato. E’ una preoccupazione legittima quella di non perdere produzione per colpa di dumping sociale. Discutiamo tanto di Ilva e poi magari importiamo acciaio prodotto in violazione delle più elementari norme di tutela ambientale. L’Europa non riesce a garantire fair competition al suo interno. Anche gli Stati Uniti stanno cercando di scongiurare comportamenti opportunistici. Esiste tuttavia una buona internazionalizzazione che va tutelata perché può consentire, ad esempio, la contaminazione in ambienti innovativi, il risparmio dei costi di trasporto, l’erogazione di un servizio di prossimità al cliente. Quanto ai trasferimenti infraeuropei, la questione si espone a contestazioni in sede comunitaria". Il nord produttivo protesta contro l'aggravio di oneri e vincoli. "Il decreto è percepito come uno strappo all’indietro, in un momento in cui le imprese affrontano la sfida delle nuove tecnologie e dei cambiamenti organizzativi in un’economia globalizzata. Non se ne rallegra neanche il sud che ha un disperato bisogno di creare lavoro, e che sia lavoro legale. Anche l’economia dei servizi e del turismo richiede flessibilità". A suo giudizio, dunque, è auspicabile un cambio di rotta. "Invito le forze di governo a rivedere i punti critici, non è tempo di impuntarsi su posizioni ideologiche. L’Italia è già incastrata in un circolo vizioso caratterizzato da bassi salari, bassa occupazione, bassa produttività ed elevato costo del lavoro per unità di prodotto. Si può rimediare solo premiando la contrattazione prossima, a livello aziendale o territoriale. È necessario restringere lo spazio della legge nazionale, inevitabilmente rigida e tesa a uniformare le diversità, per espandere invece il perimetro della negoziazione privata, quella che si svolge guardandosi negli occhi e condividendo insieme, tra lavoratori e datori di lavoro, fatiche e risultati".

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