Italia primo mercato in Europa delle sofferenze bancarie. Ma incombe l'incognita Gacs (e non solo)

Mariarosaria Marchesano

Le banche stanno facendo gli scongiuri: uno dei dossier più caldi sul tavolo del governo Conte è la rinegoziazione con la Commissione europea della cosiddetta Gacs, la garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze. La richiesta di proroga è stata inviata proprio in queste ore da Palazzo Chigi alla Dg Competition di Bruxelles in vista della scadenza del 6 settembre. Da questo meccanismo, istituito dal Mef nel 2016 e già prorogato una volta nel 2017, dipende l’equilibrio finanziario di molti istituti di credito che devono liberarsi dei propri crediti deteriorati. In primis il Monte Paschi di Siena, artefice di una maxi operazione di cartolarizzazione pari a 24 miliardi di euro di cui 3 dipendono proprio dalla concessione della Gacs. E in corsa c’è anche Bpm che sta per mettere sul mercato crediti deteriorati per 3,5 miliardi (secondo indiscrezioni di mercato, ci sarebbero sette offerte sul tavolo). Ma le richieste delle banche per ottenere la garanzia pubblica sono numerose e in queste settimane estive stanno intasando gli uffici del ministero, ma non si fa in tempo a esaurirle tutte visto il termine di scadenza così ravvicinato. Funziona così: se viene concessa la Gacs le banche non sono costrette a vendere i non performing loan a prezzi stracciati perché lo Stato offre una garanzia agli investitori in caso di mancata escussione del credito. La copertura esiste, ma l’esecutivo giallo-verde deve chiedere a Bruxelles l’estensione temporale della misura che è soggetta alle verifiche in tema di aiuti di stato.

 

Questo sistema, escogitato due anni fa nel pieno della crisi bancaria italiana, ha contribuito in modo decisivo a far decollare il mercato della compra-vendita delle sofferenze bancarie, che fino ad allora era stato asfittico nonostante la spinta in questo senso che arrivava dal Fondo monetario internazionale. Così, incoraggiate dalla Gacs, le banche italiane hanno cominciato a smaltire ingenti pacchetti di npl che vengono acquistati e gestiti da operatori specializzati. Secondo un recente studio di PwC, il 2018 si chiuderà con transazioni per oltre 70 miliardi di euro. E c’è chi è addirittura più ottimista. Banca Ifis, infatti, prevede che si arriverà a 84 miliardi a fine anno. Nel 2013 le transazioni erano solo 4 miliardi ma sono poi cresciute in modo esponenziale fino al 2016 (30 miliardi) fino a un vero exploit a partire dal 2017 (64 miliardi). Il nostro paese è, dunque, il più grande mercato di npl d’Europa, in conseguenza proprio del suo enorme stock di sofferenze che si è accumulato in conseguenza della crisi economica. Stock che, però, dal picco massimo di 324 miliardi raggiunto nel 2016 è sceso a 264 miliardi nel 2017. E continuerà a calare viste le numerose operazioni in pipeline.

 

Oltre a Mps e Bpm, quest’anno sul mercato sono arrivati i prestiti inesigibili di Intesa Sanpaolo (10 miliardi), Ubi Banca (3-4 miliardi), Credit Agricole (6 miliardi), Creval (1,6 miliardi), Iccrea (1 miliardo). E indiscrezioni di mercato danno per imminente anche l’arrivo di un pacchetto di 3 miliardi da parte di Unicredit. Si tratta di cifre considerevoli, impensabili fino a qualche anno fa. E la grande novità è rappresentata dai crediti cosìddetti Utp (unlikely to pay) che però riguardani soprattutto le imprese e più che essere recuperati con azioni forzate vanno gestiti attraverso le ristrutturazioni aziendali.

 

“Non abbiamo riscontro di dati analoghi in altri paesi dell’Unione europea”, spiega Vito Ruscigno, partner di PwC, “l’Italia ha fatto da apripista con la creazione di un mercato dei crediti deteriorati che sta attirando molti investitori esteri. Alcuni di questi si erano posizionati in Spagna che però oggi è considerato un mercato maturo, mentre quello italiano sta entrando nel vivo adesso”. In effetti, chi investe in questo settore lo fa con attese di rendimenti a due cifre che possono arrivare fino al 15% del capitale impegnato. Sempre dal report di PwC, emergono i nomi dei player stranieri che tra il 2016 e il 2018 sono sbarcati in Italia acquistando quote di piattaforme per gestire crediti deteriorati (kkr, Bain Capital, Intrum, Lindorff, Davidson, Kruk, Arrow). Mentre i gruppi italiani più attivi, o almeno con sede in Italia visto che non ha molto senso la distinzione in un mercato finanziario globalizzato, sono stati Cerved, Quaestio, Banca Ifis, Dea Capital.

 

La festa sembrerebbe destinata a continuare visto che dal primo aprile del 2018 le banche dovranno anche accelerare i tempi di accantonamento delle sofferenze secondo l’addendum della Bce. Ma su tutto questo sistema incombe anche un’altra incognita. Player ed esperti del settore sono preoccupati per l’indirizzo dato dal governo Lega-5Stelle in tema di risparmio. Nel capitolo 5 del contratto è prevista, tra l’altro, la soppressione delle norme sull’azione nei confronti dei debitori senza la preventiva autorizzazione della magistratura. In pratica vengono spuntate le armi a chi deve recuperare i crediti. Ma evidentemente il tema della gestione di queste partite preoccupa soprattutto la Lega poiché proprio nel Nord-Est in cui è più forte, dovranno essere recuperate 18 miliardi di sofferenze delle ex banche venete finite da poco in pancia alla Sga guidata da Marina Natale.

 

C’è poi una questione di fondo che potrebbe condizionare l’umore politico-istituzionale nei confronti di questo mercato che, nelle premesse dei suoi strenui sostenitori come il Fondo monetario internazionale, avrebbe dovuto stimolare l’erogazione di nuovo credito a beneficio di famiglie ed imprese e contribuire a far ripartire l’economia del paese. “Si tratta di una visione dogmatica. In realtà un nesso tra l’alleggerimento delle sofferenze da parte delle banche e una loro maggiore disponibilità a concedere nuova finanza non esiste a mio parere”, spiega Andrea Resti, professore di Finanza alla Bocconi. “Nell’immediato la cessione dei crediti deteriorati comporta una minusvalenza per la banca anche se poi questa ne beneficia sotto il profilo di una maggiore efficienza”. In effetti, i prestiti delle banche alle famiglie e alle imprese non sono aumentati come ci si aspettava. “Il punto è che c’è un cambiamento strutturale della domanda”, spiega Carmelo Carbotti di Banca Ifis, che è leader di mercato negli npl ma anche operatore specializzato nelle pmi, “Le imprese scelgono sempre meno le banche tradizionali. Nel 2017 i prestiti risultano in ribasso in tutta Italia del 17% rispetto al 2008. Crescono invece in modo deciso le fonti alternative di finanziamento come leasing, factoring e mini bond”.

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