Chiacchierata con il Nobel

Phelps ci spiega cosa può fare Tria contro la fuffa anti europeista

Luciano Capone

Roma. “Il grande problema dell’Europa è come rilanciare l’innovazione, come entrare nella competizione tra Stati Uniti e Cina. L’Europa deve guardare fuori dai propri egoismi nazionali e lanciare grandi progetti di innovazione e liberalizzazione dei mercati”. Nell’intervento del ministro dell’Economia Giovanni Tria, visibilmente emozionato per il ritorno nell’ateneo dove ha insegnato per tanti anni, si percepisce l’impronta intellettuale della persona alla sua destra, il premio Nobel per l’Economia Edmund Phelps, invitato per celebrare il trentennale della Facoltà di Economia dell’Università di Tor Vergata.

 

Anche in chiusura, dopo la lecture di Phelps tutta focalizzata sull’eccesso di protezione economica che in occidente ha ridotto i tassi di produttività e innovazione, risuona nelle parole di Tria la lezione dell’economista americano di cui è stato studente negli anni 80. Una lezione che però è in controtendenza con le spinte protezionistiche e sovraniste della maggioranza di governo: “Il messaggio di Phelps si rivolge a tutto l’occidente – dice il ministro –. C’è una richiesta di sicurezza e protezione a cui i governi devono rispondere, ma il futuro non si costruisce con un atteggiamento difensivo. Serve un nuovo spirito, la voglia di cercare il successo, nuovo spazio per la creatività e l’iniziativa. Altrimenti c’è solo la stagnazione”.

 

A margine della conferenza il Foglio ha intervistato Edmund Phelps con qualche domanda sull’Europa e sul governo italiano, in particolare su due temi come innovazione e lavoro, di cui da economista si è occupato approfonditamente. 

 

Professor Phelps, nella lecture ha parlato della capacità della Cina di innovare di più degli Stati Uniti, ma non ha menzionato l’Europa. Qual è il nostro ruolo nel mondo e in questa competizione? “Sicuramente l’Europa non è un attore nell’arena dell’innovazione – risponde il Nobel per l’Economia –. Era una fonte di notevole innovazione negli anni 50 e 60, ma da quel periodo il tasso di innovazione è sceso gradualmente e dagli anni 70-80 l’innovazione è diventata sempre più debole. Molta dell’innovazione che adesso si vede è importata dagli Stati Uniti, ma anche da noi l’innovazione indigena è andata declinando a partire dagli anni ‘70. E’ un fenomeno che riguarda l’intero occidente”. Al di là di tante spiegazioni economiche, secondo Phelps ciò che più ha influito è stato soprattutto un cambiamento culturale che ha visto affievolirsi i valori di una società moderna e dinamica come l’individualismo e la competizione a favore di quelli di una società corporativa come il solidarismo e la protezione. “Il desiderio di protezione sociale è dilagante in tutto l’occidente – dice Phelps –, si vogliono chiudere i confini agli immigrati, ma anche le aziende e i quartieri. Le persone non vogliono che gli stranieri vengano assunti al posto dei nativi o che vengano ad abitare vicino casa. E poi le imprese chiedono protezione dalla concorrenza straniera.”. E questa richiesta di protezione ha un impatto sulla crescita? “E’ una delle forze che operano nel rallentamento dell’innovazione e della produttività totale dei fattori e di conseguenza sul rallentamento sui salari”. Nel libro “Mass flourishing” (che, ci dice Phelps, è in corso di traduzione in italiano) lei propone un’idea di innovazione che nasce dal basso e dal mercato, ma la visione della maggioranza di governo italiana è opposta, ha un approccio top-down che si basa sulla figura dello “stato imprenditore”. “Più che un’idea è un incubo”, dice sorridendo l’economista americano. Perché, lo stato italiano non può fare innovazione? “Certo che no, è già difficile per il settore privato creare innovazione. Ma immaginare che le persone nel settore pubblico, che sono completamente tagliate fuori dall’economia, possano innovare è una grottesca assurdità”.

 

L’altra domanda per Phelps era sul reddito di cittadinanza, visto che circa 20 anni fa ha scritto un libro dal titolo “Rewarding Work” (“Premiare il lavoro”, Laterza) in cui suggerisce di combattere la povertà e la disoccupazione attraverso un sussidio di occupazione che funziona attraverso le imprese e i meccanismi di mercato. Insomma, un’impostazione opposta a quella del M5s.

 

Ma prima della risposta, è stato necessario un approfondimento per spiegare la proposta del M5s, che ha divertito molto l’economista della Columbia University. “E’ un reddito di base universale?”, chiede. No, si chiama reddito di cittadinanza, ma è un sussidio condizionato per i poveri che integra il reddito fino a circa 800 euro al mese. “Ok”. Poi, a queste persone i centri pubblici per l’impiego devono trovare un posto di lavoro. “E che succede se non lo trovano?”. Niente. “E’ un’idea terribile – dice sorridendo Phelps – penso che sia un errore grave abbandonare le persone al settore pubblico che deve inventare cose da far fare ai giovani. Perché è un sussidio per i giovani, giusto?” No, in realtà è per tutti. “Oh, quindi è per tutte le persone in età lavorativa ...” No, in realtà è anche per i pensionati. “Anche dopo?! Anche a 85 anni?! Non ci credo, mi sta prendendo in giro?”, dice Phelps prima di ridere di gusto. “Quindi devi essere disoccupato, poi vai da qualcuno dello stato e dici: ‘Eccomi qui!’. E questo è tutto?”. No, devi anche andare ogni tanto al centro pubblico per l’impiego e chiedere se hanno un lavoro per te. “E se non ce l’hanno? – si chiede sorridendo incredulo Phelps – È tutto ok?”. Si aspetta che ne trovino uno. Naturalmente questa non è un’idea del ministro Tria, ma è nel programma sottoscritto dai partiti di governo. Può essere efficace? “E’ una pessima idea – dice l’economista prendendosi una pausa – sto pensando ... ma ... no, non c’è alcun modo per modificarla e farla funzionare. Posso capire che si possa creare qualche sussidio che venga amministrato attraverso le imprese. Ad esempio le aziende che fanno nuove aperture o intraprendono nuove iniziative possono ricevere un sussidio per le nuove assunzioni, questo potrebbe essere positivo perché incoraggia un po’ di innovazione, aiuta le aziende che fanno nuove cose e formano le persone. Ma affidare tutto al settore pubblico, che non ha nulla da offrire, è una totale mancanza di riconoscimento dell’esperienza e della centralità del lavoro nella vita delle persone”.

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