Chi si fiderà del nulla?

A giugno l’indice di fiducia dei consumatori è passato da 113,9 a 116,2 punti, nettamente meglio delle previsioni (113,3). Così come la fiducia delle imprese sale da 104,6 a 105,4 punti, anche in questo caso oltre la stima di 104 punti. Lo rileva l’Istat, che appena martedì la sottosegretaria a 5 stelle all’Economia, Laura Castelli, aveva invitato a “stabilire sinergie necessarie con la politica per il raggiungimento delle politiche di governo”.

 

L’indipendenza dell’istituto di statistica non fa ritenere che si tratti di allineamento o carinerie. Piuttosto può avere influito la soluzione della crisi di governo e l’attesa del concretizzarsi delle promesse della maggioranza gialloverde. L’Istat parla di “aspettative più positive sulla propria situazione economica familiare e, soprattutto, al miglioramento delle attese sulla situazione economica del paese e sull’andamento futuro della disoccupazione, contrastato dall’ulteriore peggioramento del giudizio sulla situazione economica generale”.

 

Per le imprese scende per il quinto mese la fiducia del settore manifatturiero e aumenta quella dei servizi, soprattutto collegati all’estate e al turismo.

 

Al contrario il Centro studi Confindustria prevede un rallentamento della crescita, stimata quest’anno in un pil all’1,3 per cento rispetto all’1,5 di dicembre, e all’1,1 nel 2019, da 1,2: causa sia fattori esterni – il peggioramento dei rapporti Europa-Usa – sia interni, e cioè il fatto che il governo dovrà attuare in due anni 20 miliardi di correzioni di deficit. Ma il ministro più direttamente coinvolto, il responsabile dello Sviluppo economico e del Welfare, nonché vicepremier, Luigi Di Maio, nei primi interventi pubblici come l’assemblea di Confcommercio, e nelle anticipazioni sul prossimo “decreto dignità”, sembra puntare in altra direzione. Mezz’ora di internet gratis per tutti assomiglia a un internet di cittadinanza: magari basterebbe far funzionare i portali della Pubblica amministrazione, a cominciare da quello del comune di Roma. La stretta sui contratti a termine e su altre forme di flessibilità rischia di ridurre non il precariato, ma le assunzioni. Egualmente l’obbligo per le aziende che hanno ricevuto agevolazioni pubbliche a non delocalizzare rischia di tradursi in una misura di facciata, ma soprattutto può disincentivare gli investimenti. Come per il decreto sui rider e la gig economy, poi trasmutato in classico “tavolo di confronto”, dai primi assaggi della dottrina Di Maio traspare l’avversione dirigistica per il mercato e l’economia globale. Più grave è che nessuno abbia accennato a incrementare l’Industria 4.0, la digitalizzazione delle imprese messa in piedi da Carlo Calenda, e a incoraggiare la contrattazione aziendale, unico strumento per migliorare la produttività. Zero anche sulle misure per far crescere di dimensione le imprese affette da nanismo. A meno che piccolo, locale e possibilmente pubblico non sia la cifra economica dei 5s e del loro capo politico. In quel caso la fiducia non potrà che vacillare.

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