C’è vita ancora dopo il Quantitative easing

Redazione

“Paziente, prudente, persistente”: tale resterà per Mario Draghi la linea della Bce. La tripla P non ha certo la stessa dirompenza del “Whatever it takes” per difendere l’euro di Londra 2012, ma indica che, dopo lo stop al Quantitative easing il 31 dicembre, i tassi rimarranno a zero almeno fino all’autunno 2019, in coincidenza con il cambio al vertice della Bce. Questo perché la ripresa, che non si è mai manifestata come molti speravano, rallenta e i consumi continuano a deludere. La Germania taglia dal 2,6 all’1,8 le stime del pil di quest’anno; le sue banche non sono risanate e traballa anche Angela Merkel.

 

Pimco, il maggior gestore mondiale di fondi, prevede sui 3-5 anni “una nuova recessione, meno profonda ma più duratura”. Quadro che ha permeato di prudenza anche il debutto in Parlamento del ministro dell’Economia Giovanni Tria, all’insegna della riduzione del debito e dell’aggancio all’euro; altro che promesse miracolistiche. Nella Bce è indelebile il ricordo dell’errore di Jean-Claude Trichet che aumentò i tassi d’interesse a luglio 2008, due mesi prima del deflagrare della crisi: dunque il bazooka del Qe verrà riposto ma non smontato, e su tassi e altro l’Europa divergerà dagli Stati Uniti. Su queste basi si formeranno le alleanze per le regole europee dove Roma giustamente vuole contare, ma anche su come indirizzare le spese comunitarie perché siano produttive. Peccato che la propaganda governativa parli di tutt’altro, dai rom in giù. “Servono investimenti” chiede Draghi, e il ministro dei 5 stelle Danilo Toninelli risponde annunciando la ridiscussione con la Francia della Tav, e perfino del Terzo valico ligure quasi concluso. Sarà bene tornare alla realtà, attrezzarsi e stare decentemente in Europa; altrimenti sarà un 2011 bis, senza Draghi.

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