La banchetta locale non è bella

Redazione

Il governo vuole smantellare anche le riforme bancarie. Per Giuseppe Conte “sicuramente ci sarà la revisione dei provvedimenti sul credito cooperativo e sulle banche popolari, quelle più integrate sul territorio, per recuperare la loro funzione che aiuta le piccole e medie imprese”. Il premier asseconda i desideri dei suoi azionisti Movimento 5 stelle e Lega anche al di là del “contratto”: infatti l’obiettivo politico è di vecchia data.

  

La riforma delle popolari del governo Renzi ha imposto la trasformazione in spa, la quotazione, attraendo capitali italiani e stranieri in istituti che, proprio sul territorio, avevano dato pessima prova di sé. E non per aver “smarrito la loro funzione”, ma per le malefatte di amministratori nominati dagli enti locali, spesso leghisti come per le popolari venete, o di sinistra come per Mps. La governance con migliaia di dipendenti-azionisti e sindacati impegnati a organizzare pullman per le assemblee societarie e garantire pacchi di voti per management ultradecennali, è stata sostituita da cda che rispondono al codice civile. Molti clienti ci hanno rimesso le penne: ma soprattutto per aver comprato obbligazioni rischiose e azioni non quotate in cambio di mutui. Sarebbe questo l’aiuto al territorio? Certo, il Pd ha la colpa di avere lasciato che la riforma, che in questo campo ha portato l’Italia più avanti della Germania, fosse sovrastata dal caso Boschi; subendo la retorica del partito delle banche contro il “risparmio tradito”. Ora Giuseppe Guzzetti, che da diciotto anni presiede l’Associazione delle casse di risparmio (Acri), afferma democristianamente che “le banche locali hanno un ruolo purché non si scada nel localismo”. Più pragmatica, la Banca d’Italia avverte che tornando indietro almeno 40 casse rischiano la liquidazione; mentre le popolari risanate e i maggiori istituti saliti a standard europei fanno scorrere più facilmente il credito per famiglie e imprese. Ma il localismo, l’“Italia borghigiana” che ha subìto la crisi proprio per le sue dimensioni nane, è stato il motore del successo leghista. E ora di quello dei grillini al sud, dove la storia si ripete: nel 2002 quando il Banco di Napoli rischiò il crac, salvato da Intesa, la colpa non fu data alle pratiche clientelari ma dei “poteri forti”. La storia può ripetersi, certo, ma con questi “poteri fallimentari” è diverso.

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