Sulla flat tax la Lega scopre la differenza tra propaganda e realtà

Renzo Rosati

La campagna elettorale è più che over, e i vincitori fanno i conti con la differenza tra propaganda e realtà. Soprattutto nella Lega, certo più abituata al governo degli alleati a 5 stelle. Dunque dopo aver reso atto, come ministro dell’Interno, al predecessore Marco Minniti che in fatto di sbarchi sarà difficile fare meglio dei risultati ottenuti dal vituperato governo Pd nel 2017 (meno 34,3 per cento) e ancora più nei primi sei mesi del 2018 (meno 79 per cento), Matteo Salvini come segretario della Lega è alle prese con la grana della flat tax. Cioè il principale motivo del successo del 4 marzo.

 

In poche ore due degli esperti economici del Carroccio, Alberto Bagnai e Armando Siri, si sono platealmente contraddetti sull’avvio della tassazione unica (che unica non è) ad aliquota ridotta soprattutto per i redditi medio-alti. Il primo, candidato ad un posto da sottosegretario all’Economia, afferma: “C’è accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi d’impresa dal prossimo anno. E, dal secondo anno, si prevede di applicarla alle famiglie”. Ma Siri, che della flat tax è sempre stato l’ideologo, smentisce a stretto giro: “Non è vero, ci sarà anche per le famiglie. Poi andrà tutto a regime dal 2020”.

 

Il Foglio del 28 maggio ha già spiegato come già in partenza la flat tax non sia affatto tale, in quanto non piatta ma articolata su due aliquote. I redditi più bassi, poi, che già versano al fisco poco o nulla (grazie alle esenzioni fiscali e all’evasione), potrebbero anche rimetterci tanto che per loro è prevista l’opzione di scegliere il vecchio sistema: stiamo parlando del 44,9 per cento dei contribuenti. “E - nota l’esperto previdenziale Alberto Brambilla, anche lui di area Lega - in una situazione di quasi la metà della popolazione a carico di una minoranza che paga forse sarebbe meglio non promettere ulteriori sussidi ai primi e riduzioni d’imposta ai secondi”.

 

Se poi passerà la linea Bagnai, evidentemente dettata dal fatto che mancano le coperture di bilancio (strano, eh? In campagna elettorale nessuno se ne è curato, o forse è colpa dell’Europa…), avremo una situazione paradossale: si applicherà una non-flat tax, cioè a due aliquote, ad una platea di contribuenti, le imprese, che attualmente hanno in effetti una flat tax vera. Si tratta dell’Ires sulle imprese maggiori e dell’Iri per le minori: entrambe al 24 per cento, ridotte di 3,5 punti dai governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. E anche qui con qualche malumore: perché se il taglio dell’Ires entrato in vigore dal 2017 ha permesso alle aziende più grandi organizzate come società di capitali (il 13 per cento del totale) di risparmiare 3,9 miliardi, l’Iri (imposta sul reddito imprenditoriale), in vigore da quest’anno, ha eliminato una serie di deduzioni e benefici pur con l’intenzione di bonificare un settore nel quale la linea di demarcazione tra redditi d’impresa e redditi del titolare si sono sempre confusi.

 

Se poi dal 2019 per le imprese, grandi e piccole, arrivasse la flat tax formato leghista non solo si tratterà di cambiare nuovamente la contabilità (specie se, come per la flat tax familiare, sarà accompagnata dall’abolizione di altre deduzioni e detrazioni), ma, con la suddivisione in due aliquote, ci sarà l’interesse a non superare le soglie di imponibile fiscale per non passare dal 15 al 20 per cento di imposte. La seconda aliquota, il 20 rispetto al 24 attuale, non è certo una rivoluzione. La prima è ovviamente più attraente, ma condanna o incentiva le imprese al micidiale nanismo che è tra i fattori della scarsa competitività del tessuto industriale italiano. Infatti mentre l’Ires si applica sull’imponibile delle società per azioni, quotate o meno, cioè su bilanci certificati dal codice civile, l’Iri distingue tra imponibile imprenditoriale e imponibile personale dei titolari delle aziende, compresi eventuali dividendi, ai quali si continuerà ad applicare l’Irpef. In aggiunta, già dal prossimo anno era prevista l’abolizione – confermata dal “contratto di governo” – degli studi di settore, sostituiti da “certificazione di affidabilità fiscale”. Sembrano bizantinismi; in realtà l’Iri, sottoponendo a una vera flat tax il reddito imprenditoriale, compresi i capitali familiari reinvestiti, e alla tassazione ordinaria i redditi strettamente personali, favorisce appunto l’investimento nelle piccole aziende. Ora con la flat tax sdoppiata, a ritmo diverso, l’incentivo al reinvestimento verrà meno, se risulterà più conveniente tenersi i soldi in famiglia. E l’obiettivo di far crescere le piccole e medie imprese, delle quali la Lega si dichiara paladina, e di semplificare la vita a professionisti, partite Iva e piccoli imprenditori, passerà in cavalleria. Bentornati sulla terra.

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