Giocare col fuoco dell’euro può bruciare la fiducia nel paese

Francesco Lippi

I Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha spiegato, in modo semplice accessibile a tutti, la gravità dei rischi che si corrono mettendo in gioco la credibilità del paese e la fiducia degli investitori. Visto il grande pericolo che milioni di cittadini fronteggiano è bene ribadire quali sono i fenomeni in atto, perché sono pericolosi e cosa è necessario fare per fermarli.

 

Partiamo da due dati: la Repubblica italiana ha un grande debito pubblico, intorno al 130 per cento del suo pil, detenuto per la maggior parte da famiglie, assicurazioni e banche italiane. Il secondo dato sgombra il campo dall’idea illusoria che se ne possa rinnegare il valore, in tutto o in parte, senza sopportarne i costi. Un’eventuale rinegoziazione del debito (riduzione del valore rimborsato a scadenza) condurrebbe inevitabilmente a una riduzione del potere d’acquisto di quei titoli, quindi a un impoverimento delle famiglie e delle istituzioni che li detengono. Come ha spiegato il governatore Visco “non esistono scorciatoie”, e questo fatto non ce lo impongono l’Europa o i “poteri forti”, ma una semplice logica contabile da cui è impossibile scappare: a ogni euro di debito corrisponde un euro di credito, e qualunque taglio si faccia all’uno lo si fa anche all’altro. Rinnegare il valore del debito equivale a imporre sostanziali riduzioni del valore dei risparmi di famiglie e imprese italiane, soffocando la ripresa economica in corso e spingendo nuovamente il paese in una crisi finanziaria profonda.   

 

Quanto sopra dovrebbe far capire che i detentori del debito italiano sono oggi di fronte a una domanda difficile: quanto valgono i miei titoli? La risposta riguarda scenari futuri ed è perciò intrinsecamente incerta. Al solo prospettarsi della possibilità che un governo possa, domani o dopodomani, rinnegare anche solo in parte il valore delle sue promesse, non ripagando il valore pieno del suo debito in euro, il risparmiatore perde fiducia nel valore del titolo che detiene e cerca di mettere al sicuro i propri risparmi cedendolo a prezzi scontati (perciò il tasso di interesse, ovvero il rendimento atteso del titolo, aumenta). E’ per questo che il differenziale di interesse tra titoli italiani e tedeschi (lo spread) aumenta nelle situazioni di crisi, come nel 2011 e nuovamente oggi. Un aumento dello spread indica una riduzione della probabilità che quel titolo venga ripagato. I fatti degli ultimi giorni, e l’impennata   dei rendimenti sui titoli italiani, sono la reazione razionale dei risparmiatori, italiani e stranieri, rispetto ai progetti di messa in discussione del valore del debito italiano.

 

La prospettiva ancor più estrema di un’uscita dall’euro, a cui potrebbe associarsi una parziale monetizzazione del debito, non può che alimentare questi timori, spingendo i gestori del risparmio verso titoli meno rischiosi. Questo perché, come ha spiegato Guido Tabellini sul Foglio del 27 maggio, uscire dall’euro comporterebbe il fallimento dell’intero il sistema bancario, con conseguente collasso del sistema produttivo che da esso dipende (per credito e pagamenti) e il probabile isolamento dell’Italia sui mercati internazionali.

 

E’ ingenuo ritenere che la perdurante tensione sui nostri titoli, pur in presenza di un temporaneo arretramento della prospettiva di un governo M5s e Lega o dell’uscita di scena del prof. Paolo Savona, dimostri che l’aumento dello spread non è legato ai piani di governo di queste forze politiche. La ragione è semplice: i risparmiatori sono interessati al futuro, non solo all’oggi. Spostare avanti di qualche mese eventi estremi non cambia il quadro di fondo. Per quanto remota essa sia, la possibilità che l’Italia possa cercare di uscire dal suo attuale assetto istituzionale all’interno dell’Europa fa paura e i risparmiatori agiscono oggi, per prevenire disastri futuri. E’ importante capire che la delicata situazione del paese richiede che si faccia di tutto perché non  prendano piede timori e panico. Nei mercati finanziari tutto ruota attorno a un bene intangibile e fondamentale che è la fiducia nelle intenzioni del debitore. La fiducia è un capitale che si costruisce lentamente ma che può essere distrutto in fretta, per esempio quando si accenna alla possibilità che le promesse fatte non saranno mantenute.

 

Una risposta per spegnere l’incendio

C’è un ultimo  punto che assegna un formidabile responsabilità a chi governa: l’elevato livello del debito italiano mette il paese di fronte a due scenari possibili. Se i risparmiatori credono che il debito verrà ripagato si accontentano di rendimenti più bassi, e il debito verrà effettivamente ripagato. Se invece si diffondono attese di default   gli interessi sul debito salgono e l’accresciuto onere rischia di rendere il default stesso inevitabile (per esempio nei prossimi 12 mesi sono in scadenza 300 miliardi di debito, pari a circa il 20 per cento del pil italiano). E’ una situazione nota in teoria come “equilibri multipli” o aspettative autorealizzantesi. Quello che succederà dipende da quello che ci si aspetta. E’ evidente pertanto l’importanza di non alimentare paure la cui diffusione renderebbe il default inevitabile.

 

 Non comprendere questo punto contribuisce a spingere l’economia del paese verso un sentiero sempre più ripido: a fronte degli accresciuti rischi gli investitori continueranno, come hanno già iniziato a fare in questi giorni, a disinvestire dalle attività del paese. Si diffonderanno in fretta dubbi sulla solidità degli intermediari finanziari che spingeranno le famiglie a una corsa agli sportelli, come accadde in Grecia tre anni fa. Non ci si può aspettare niente di buono da tali prospettive. A soffrirne di più saranno le famiglie meno organizzate e meno capaci di far fronte alle difficoltà economiche senza aiuti esterni, tipicamente le fasce più povere della società. E’ per queste ragioni che è  essenziale, onde evitare di sprofondare in una nuova e profondissima crisi finanziaria, che tutte le parti politiche dichiarino esplicitamente di voler tener fede agli impegni del passato. Ogni dubbio circa le intenzioni di uscita dall’euro e la rinegoziazione del debito deve essere esplicitamente fugato da parte di ogni partito politico. Serve oggi un “whatever it takes” che venga dall’interno del paese, non dalla Bce di Mario Draghi. E’ essenziale per difendere la credibilità del paese, per non soffocare la ripresa in atto e onorare gli impegni presi. Lo spazio per il cambiamento delle politiche economiche deve essere ricercato all’interno dei vincoli che la contabilità e la ragionevole gestione della cosa pubblica richiedono. 

 

Francesco Lippi è economista all'Università di Sassari e all'EIEF

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