Non esiste un modo “ordinato e democratico” per uscire. Quello che i “no euro” non dicono

Veronica De Romanis

I sostenitori del ritorno alla Lira tendono a dare una spiegazione molto semplice. L’Italia è strangolata da una moneta forte, l’euro. Uscire e tornare a una moneta più debole favorirebbe le nostre esportazioni – che diventerebbero meno costose e quindi più competitive –, dando nuovo impulso alla crescita e all’occupazione. Le parole chiave dei no-euro sono: più crescita, più ricchezza, e soprattutto più sovranità. Ma è davvero così, oppure ci si dimentica qualche dettaglio e si racconta qualche non-verità di troppo? A questo proposito, non va dimenticato che il referendum sulla Brexit (in quel caso si trattava di uscire dall’Unione europea) è stato vinto anche grazie alle molte promesse rivelatesi false per stessa ammissione di diversi esponenti politici. Cerchiamo, allora, di capire quali sarebbero i tempi, gli effetti e i possibili vantaggi del ricorso a una nuova valuta.

 

In primo luogo, i tempi. I Trattati prevedono solo l’uscita dall’Ue. Non esiste, pertanto, un modo “cooperativo e ordinato”, ossia con l’aiuto degli altri, per lasciare la moneta unica né, tantomeno, un modo “democratico”.

 

L’unico modo possibile è farlo in “segreto” altrimenti, una volta annunciato il piano di abbandono dell’euro, si creerebbe il panico. In sostanza, ci sarebbe una corsa agli sportelli delle banche e, per chi può (i più ricchi), un forte incentivo a portare i capitali all’estero per il timore di vedere i propri risparmi convertiti in una moneta più debole. Per arginare il deflusso, il governo dovrebbe introdurre controlli di capitali e imporre la chiusura forzata delle banche, proprio come avvenuto in Grecia ( il referendum in quel caso fu sul terzo piano di aiuti proposto dai creditori incusa l’Italia) quando il premier Tsipras decise di limitare il prelievo a soli 60 euro al giorno. Nessuno potrà mai dimenticare la disperazione dei pensionati greci in fila davanti ai bancomat vuoti. Con queste immagini in mente, difficilmente i cittadini italiani potrebbero votare contro la moneta unica. Pertanto, per vincere e portare il paese fuori dall’euro, la decisione dovrebbe essere presa all’improvviso, di nascosto, senza una consultazione: l’ideale sarebbe a mercati chiusi, durante il fine settimana. Insomma, l’opposto di ciò che avvenuto con l’adesione all’euro effettuata in modo democratico dal Parlamento.

 

Presa la decisone, l’implementazione del “piano” non sarebbe affatto semplice. Le banche dovrebbero restare chiuse per evitare il collasso. Ma per quanto tempo? Peraltro, sostituire la valuta europea con la lira non sarebbe un’operazione immediata: nel passaggio all’euro furono stampati 15 miliardi di banconote e coniati 52 miliardi di monete e ritirate altrettante valute nazionali. Il governo, per velocizzare il processo, potrebbe incentivare l’uso della moneta elettronica o degli assegni, ma ciò andrebbe inevitabilmente a danneggiare categorie di persone che usano di rado questi tipi di pagamenti.

 

Insomma il periodo di transizione rischierebbe di essere assai complesso e costoso. A dire il vero, gli stessi no-euro lo riconoscono ma considerano che, una volta a regime, gli effetti della nuova moneta sarebbero più che positivi. E qui veniamo al secondo punto: gli eventuali vantaggi del ritorno alla lira.

 

Innanzitutto, si potrebbe ricorrere alla svalutazione per far guadagnare competitività e dare fiato alle esportazioni. Ma di quanto ammonterebbe questa svalutazione? Vediamo cosa è successo in passato. Nel 1992, il cambio lira-marco passò da 765,4 lire dell’11 settembre a 938,7 lire del febbraio 1993 per poi stabilizzarsi su 900 lire nei mesi successivi. In quattro mesi la lira si svalutò del 30 per cento. Ma questo è considerato uno scenario ottimistico rispetto a quello che potrebbe accadere, perché una cosa è uscire da un sistema di cambi fissi, un’altra da un’unione monetaria. Ci si aspetta, quindi, una svalutazione almeno altrettanto importante della nuova moneta. L’esperienza dimostra, inoltre, che non si può svalutare in maniera continuata perché gli investitori incorporerebbero questa misura nelle loro aspettative e chiederebbero tassi di interesse più elevati, vanificando l’effetto “positivo” della svalutazione. Va poi ricordato che la svalutazione fa aumentare il prezzo dei beni importati, a cominciare dalle materie prime, come l’energia. Questo significa, ad esempio, bollette più care per i cittadini. L’esperienza dimostra che le svalutazioni in Italia hanno portato l’inflazione – vera e propria tassa occulta – fino al 20 per cento, senza nessun miglioramenti in termini di competitività in maniera duratura.

 

C’è, poi, il debito da gestire. La parte del debito emesso sui mercati internazionali resterebbe in euro. Le banche, ad esempio, si ritroverebbero con un peso del debito in valuta estera più elevato e quindi avrebbero maggiore difficoltà ad erogare credito alle imprese e alle famiglie. Se, invece, come suggeriscono alcuni, si effettuasse una ridenominazione nella nuova valuta anche di questa parte del debito, si darebbe luogo a una violazione di un impegno contrattuale, con forte perdita di credibilità. Chi comprerebbe più i titoli di uno stato che ridenomina il debito estero a suo piacimento?

 

I costi per lo stato sono anch’essi una variabile da tenere a mente. Prima dell’euro, i tassi di interesse in Italia erano al 12 per cento, ora sono sotto il 5 per cento, con un risparmio di spesa notevole. Uscendo si ritornerebbe a una situazione di tassi alti e, quindi, di maggiore spesa pubblica per interessi (che significa meno spesa per investimenti, scuole, ospedali, asili nido).

 

E la sovranità monetaria? Dal punto di vista dei no-euro, avremmo finalmente una Banca centrale che potrebbe comprare i titoli di stato invenduti e finanziare il debito pubblico, mettendo fine all’austerità fiscale (che non c’è stata nell’ultimo triennio, ma tant’è!). L’esperienza passata insegna, però, che una monetizzazione persistente del debito da parte della Banca centrale crea inflazione. Peraltro, un paese con un debito alto come il nostro, che continua a mostrare una dinamica crescente, sarebbe esposto a una maggiore volatilità finanziaria perché ci sarebbero delle fluttuazioni del tasso di cambio della nuova moneta. Tasso di cambio che sarebbe, tra l’altro, deciso dai mercati e non più dalla Bce. In altre parole, se oggi l’Italia può influire sulla politica del cambio grazie al voto del Governatore della Banca d’Italia che siede nel Consiglio della Bce, con la lira perderebbe sovranità, risultato opposto di ciò che viene raccontato dai no-euro.

 

In conclusione, uscire dall’euro significa essere più poveri, con più debito, più inflazione, con più banche in difficoltà e meno credito per imprese e famiglie che pagheranno tutto più caro. Solo parlare dell’uscita dall’euro “brucia” ricchezza perché fa perdere tempo e energie che potrebbero essere utilizzate per risolvere i problemi reali che sono molti: una crescita asfittica e disuguale, una pubblica amministrazione inefficiente, una giustizia lenta, una scuola che non prepara i giovani al mondo del lavoro. La lista delle riforme da attuare è lunga e rischia di aumentare una volta fuori dall’euro. Abbandonarlo non servirà, infatti, a affrontare le debolezze strutturali che ci portiamo avanti da decenni. Servirà, invece, da perfetto alibi per quella classe politica che non vuole mettere in campo provvedimenti che sono necessari ma politicamente costosi.

 

C’è il sospetto che non siano pochi i no-euro consapevoli degli effetti disastrosi di un’eventuale abbandonò della moneta unica. Questi ultimi ritengono che “uscire” non sarebbe necessario perché “minacciare” sarebbe sufficiente. La recente crisi ha dimostrato, tuttavia, che la “minaccia” produce gli stessi effetti dell’uscita “vera e propria”.

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