Basta poco per perdere la faccia

Redazione

Siamo al 2011? Le somiglianze non mancano. Ma neppure le differenze, in meglio. A decidere sarà la politica. Partiamo da ciò che ci riporta a sette anni fa: lo spread, che ieri ha toccato quota 307, allora superò 200 a giugno, 300 il 3 agosto, e tra il 4 e il 5 arrivò a 390. Accelerazione non diversa da quella attuale: eravamo a 130 punti il 15 maggio, quando il vero start è venuto dalla bozza del contratto M5s-Lega con la cancellazione di 250 miliardi di debito pubblico. Non molto diverse neppure le intemperanze autolesionistiche da oltrefrontiera: dichiarazioni tipo quelle, variamente tradotte e corrette, del commissario europeo al Bilancio, il tedesco Günther Oettinger (“le prossime settimane mostreranno che gli sviluppi economici potrebbero essere così drastici che questo potrebbe essere un possibile segnale agli elettori di non scegliere populisti di sinistra o destra”), riportano ai sorrisetti su Silvio Berlusconi di Sarkozy e Merkel nell’ottobre 2011.

 

In realtà nessun complotto franco-tedesco è stato dimostrato, neppure dalla procura di Trani: i 7 miliardi di Btp venduti da Deutsche Bank furono una frazione della fuga dai titoli di stato italiani, non certo la causa. E il governo del Cav. era già moribondo, mentre oggi i populisti sono vivi e pimpanti. Piuttosto il 5 agosto arrivò a Roma la lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, presidenti uscente ed entrante della Bce, con la richiesta di una serie di riforme: pensioni, lavoro, riduzione automatica di deficit e debito; riforme attuate da Mario Monti e Matteo Renzi. E anche per questo Draghi ha potuto, con il Quantitative easing, salvare l’euro e i titoli pubblici europei (non solo italiani). Ecco una grande differenza. Ma quel paracadute si chiuderà proprio mentre l’Italia tornerà al voto su progetti, se verrà riproposto il famoso contratto magari in un patto elettorale, che smonterà le riforme che hanno tenuto in piedi l’Italia.

 

Che cos’altro è cambiato in (molto) meglio? Le banche italiane, a differenza proprio di quelle tedesche, sono più solide: non tanto per capitalizzazione (81 miliardi le prime sei rispetto ai 66 del 2011), quanto per le garanzie patrimoniali, la redditività in recupero e il calo delle sofferenze (in via di smaltimento), come conferma il governatore della Banca d’Italia. Sono più forti e competitive le industrie: non c’era stata la rinascita a opera di Sergio Marchionne di quella che ancora si chiamava Fiat, né Industria 4.0. L’Italia non era il quinto paese esportatore del mondo. Le relazioni industriali erano prigioniere della concertazione. Dunque i fattori positivi superano quelli negativi: il settore privato ha fatto la sua parte. Resta l’Italia pubblica che dipende dai governi. La Lega che ha governato nel nord e a Roma con criteri europei, s’è alleata con il partito delle pecore di Virginia Raggi. La filiale italiana del Ppe è in part-time. Il Pd sembra in gita scolastica. C’è tempo per idee diverse, per recuperare la reputazione nazionale (vera causa dello spread), per non tornare all’autunno 2011?

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