Perché il flirt dell’Italia con l’uscita dall’euro resta inquietante per i mercati

Alberto Brambilla

Roma. Rifiutando di accogliere la proposta dell’euro-critico Paolo Savona come ministro dell’Economia il presidente della Repubblica ha fermato la nascita di un governo populista Lega-M5s e, nel suo discorso domenica sera, Sergio Mattarella ha confermato pubblicamente che il piano di quella coalizione era uscire dall’euro e dall’Unione europea. “L’incertezza sulla nostra posizione nell’euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende”, ha detto Mattarella. Non sappiamo cosa sarebbe successo altrimenti. La nomina di Savona sarebbe stata interpretata dai mercati come un segnale cristallino di una probabile uscita dall’euro. E non è da escludere il rischio di una crisi finanziaria auto-avverantesi con sfiducia generalizzata degli investitori che, incuranti dei fondamentali economici, sarebbero andati a testare la tenuta finanziaria del paese.

 

Mattarella ha probabilmente evitato il peggio. Tuttavia avere strozzato la nascita della coalizione giallo-verde rischia di aumentare il risentimento dei partiti anti euro che potrebbero capitalizzare il malcontento popolare alle prossime elezioni, forse in autunno, e riproporre l’Italexit con più consensi. La rinuncia di Giuseppe Conte a guidare il governo e l’incarico affidato ieri all’ex direttore del dipartimento Affari fiscali del Fondo Monetario internazionale Carlo Cottarelli per un esecutivo di transizione fino a elezioni non ha fermato le vendite di asset italiani, dice Radiocor. Il rendimento dei titoli di stato decennali, i Btp, è arrivato al 2,61 per cento, ai massimi da agosto, e il differenziale (lo spread) con gli omologhi titoli tedeschi, i Bund, ha superato i 230 punti, ai massimi dal 2014.

 

Nel corso della mattinata il Ftse Mib ha guadagnato il 2 per cento per poi precipitare ai minimi da inizio marzo 2018. Colpiti dalle vendite i titoli bancari e del risparmio gestito. In poche ore la Borsa ha sperimentato l’escursione dell’indice che si può registrare in una settimana: prima più 500 punti seguiti da meno 1.000. “E’ una giornata particolare, tra i venditori non ci sono banche d’affari e fondi americani per via della chiusura di Wall Street per festività. Mercoledì si capirà meglio se le vendite continueranno a lungo o no. I mercati aspettano certezze. Fino a quando non arrivano continua la guerra di spread e vendite. Buon per me, male per il paese”, dice un trader.

 

Il leader leghista Matteo Salvini e quello del M5s Luigi Di Maio hanno gridato al “complotto” della finanza per presunte ingerenze esterne sul Quirinale. La realtà è che in un sistema monetario integrato, con un sistema finanziario connesso, se un paese importante del blocco minaccia l’uscita o flirta con il default i creditori si mettono legittimamente in allarme e ritirano i capitali per proteggersi. Il debito italiano in circolazione, in titoli di stato e di società nazionali, è pari a 2.700 miliardi di euro. Il 26,2 per cento è detenuto da investitori all’interno dell’area euro divisi tra Francia (7,8 per cento), Germania (4,8), Spagna (3,7), e Olanda (1).

 

Per questo ogni sconquasso politico italiano può generare seria preoccupazione nel Vecchio continente. Venerdì l’agenzia Moody’s ha messo sotto osservazione il rating dell’Italia contemplando un declassamento del merito di credito del paese dall’attuale BB2, ovvero solo due gradini sopra al livello “junk”, per via del piano di governo di Lega-M5s composto di spese senza coperture certe. Già dopo le elezioni del 4 marzo, il Giappone, il principale investitore non europeo in titoli italiani, ha ridotto al sua esposizione verso l’Italia e ha puntato sulla Spagna. “I direttori finanziari leggono i titoli dei giornali, sentono parlare di ‘Piani B’ e temono un’esplosione del ‘rischio Italia’ in portafoglio. E anche se non è grave si troverebbero a dovere giustificare in modo convincente la scelta di non vendere. Tipicamente è un rischio che non corrono”, dice un gestore obbligazionario.

 

Il grande punto di domanda, dice il round-up mattutino di Mediobanca Securities, è se Lega e M5s si alleeranno. I due partiti hanno posizioni opposte in merito alla messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica, prima promossa in solitaria dai grillini e poi ritrattata. La Lega sembra avere più da guadagnare nell’eventualità di nuove elezioni diventando forza dominante nel centrodestra – nei sondaggi è dieci punti sopra Forza Italia rispetto ai 3 delle elezioni – e ambire a governare con una maggioranza parlamentare, diceva a proposito un report del 16 maggio scorso della banca d’affari nipponica Nomura.

 

La campagna elettorale rischia così di essere polarizzata in modo elementare su “euro sì-euro no”. Non è del tutto negativo che l’argomento venga sviscerato a fondo affinché l’elettorato cominci a informarsi minimamente su cosa significhi uscire dal blocco; ovvero trovarsi con le produzioni industriali che per la quasi totalità sono inserite nelle catene del valore mondiali tagliate fuori dagli affari. Uscire dall’unione economica e monetaria lascerebbe l’Italia isolata a competere con moloch come la Cina. Finora la Lega ha propagandato i supposti benefici di un’uscita, e tornare a parlarne può essere l’occasione di dimostrare che quella salviniana è una posizione estrema e minoritaria.

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