Perché cittadini e imprese rimpiangeranno l’ultimo triennio

Marco Fortis

Contrariamente a quello che pensa e ha scritto sul Financial Times Wolfang Münchau, gli esecutivi che hanno governato l’Italia dal 2014 al 2017 sono stati bocciati il 4 marzo scorso non perché le loro politiche economiche sono risultate inefficaci. Ma perché le forze populiste e sovraniste che hanno prevalso nelle urne hanno fatto leva in modo spregiudicato sulle paure degli italiani e un bel po’ anche sulle loro ingenuità. Infatti, il voto ha premiato chi ha promesso di rimandare in Africa come se niente fosse alcune centinaia di migliaia di immigrati (non si sa come), di ridimensionare drasticamente la riforma Fornero sulle pensioni (a discapito della equità intergenerazionale), di introdurre la flat tax e di elargire il reddito di cittadinanza (a discapito dell’equilibrio dei conti pubblici).

 

Non solo. Agli ultimi due governi sono state attribuite tutte le colpe possibili dei disagi economici e finanziari che gli italiani hanno dovuto sopportare in questi anni: dalla crisi delle banche alla caduta del reddito disponibile delle famiglie, dall’aumento della povertà all’ampliarsi dei divari territoriali. È questo a cui crede oggi la maggioranza del popolo italiano, da nord a sud. Un’autentica mistificazione della realtà perché delle crisi bancarie, e delle banche popolari in particolare, sono colpevoli principalmente i banchieri che le hanno male amministrate per lungo tempo. Mentre il crollo dei redditi e l’aumento dei disagi sociali e territoriali ha le sue radici profonde nella crisi politico-finanziaria del 2011 e nella successiva austerità.

 


Crescita della popolazione nei 10 più grandi paesi ricchi (*) dell’Unione europea: 2014-2017. Triennio 2015-2017. Dati in migliaia di persone; variazioni % 2017 rispetto al 2014


 

Le élite giornalistiche e culturali italiane che ora si mettono le mani nei capelli di fronte ai contenuti del contratto Lega-M5s, quelle stesse élite che adesso temono per il nostro debito pubblico e per la nostra permanenza in Europa, hanno fatto ben poco a suo tempo per sostenere la riforma costituzionale bocciata con il referendum del 4 dicembre 2016, una riforma che ci avrebbe trasformati in un Paese moderno. Ed altrettanto poco tali élite hanno fatto per spiegare agli italiani, in occasione dell’ultima campagna elettorale, che la ripresa economica del 2014-2017 non era certamente risolutiva ma comunque costituiva una svolta importante. Al contrario, le misure per il rilancio della domanda interna e dell’occupazione dei governi Renzi e Gentiloni, negoziate a Bruxelles da Pier Carlo Padoan e tradotte in essere da ministri come Calenda, sono state ripetutamente criticate. E provvedimenti come gli 80 euro, il Jobs Act, l’eliminazione della tassa sulla prima casa, lo stesso Piano industria 4.0 hanno avuto più bocciature che apprezzamenti. Con il tormentone scoraggiante, proposto in tutte le salse dai media, che l’Italia resta, ancora oggi, il “fanalino di coda” della crescita in Europa.

 

Ma gli ultimi dati macroeconomici dettagliati Ocse ed Eurostat, disponibili da pochi giorni in rete, restituiscono un quadro completamente differente di ciò che è realmente accaduto in questi ultimi anni. Le riforme e le politiche economiche stavano riportando l’Italia alla crescita senza mettere a repentaglio i conti pubblici, anzi stabilizzando il debito/pil per quattro anni consecutivi poco sotto il 132 per cento (mentre tale rapporto, per chi se lo fosse dimenticato, era cresciuto ininterrottamente di oltre 29 punti di pil tra il 2008 e il 2013). Certo, non era stato possibile fronteggiare se non parzialmente (vedi l’avvio del reddito di inclusione) le nuove povertà create dalla lunga crisi precedente, ma per la prima volta dal 2001 il pil pro capite dell’Italia nel 2017 era tornato a crescere come quello del G7 e gli occupati erano praticamente tornati ai livelli del 2008, con 500 mila dipendenti a tempo indeterminato in più.

 

Pochi si sono accorti, inoltre, che fino al 2014 la popolazione italiana aveva continuato a crescere, con un aumento di 1 milione e mezzo di persone rispetto al 2008, solo di poco inferiore ai quasi 2 milioni in più della Francia. Poi la dinamica demografica è cambiata completamente. Infatti, dal 2014 al 2017 la popolazione italiana è improvvisamente diminuita di quasi 250 mila unità (-0,4 per cento in tre anni) mentre quella francese è aumentata di quasi 840 mila unità (più 1,3 per cento) e quella tedesca è cresciuta addirittura di 1 milione e 700 mila unità (più 2,1 per cento). Con più abitanti (anche solo per i conseguenti maggiori consumi di cibo e beni di prima necessità) è chiaramente più facile far crescere il pil rispetto a quando la popolazione diminuisce, come purtroppo sta avvenendo nel caso dell’Italia. L’attuale dinamica dell’economia del nostro paese andrebbe perciò più correttamente confrontata con quella degli altri maggiori paesi europei in termini di dati pro capite. Noi abbiamo provato a farlo e i risultati sono i seguenti.

 

Consideriamo i dieci grandi paesi più ricchi dell’Ue in termini di pil pro capite nel 2017, tra cui l’Italia. Effettivamente, se guardiamo al triennio 2015-2017, rispetto al 2014 il nostro paese è stato ultimo per crescita in termini reali sia per il pil sia per la domanda totale interna (che rappresenta la fetta preponderante del pil stesso e l’elemento principale per capire se le politiche economiche sono state efficaci oppure no). Ma tutto cambia se si guardano i dati pro capite, che tengono conto del nostro declino demografico. Infatti, nel periodo considerato l’Italia è stata sesta per crescita cumulata del pil per abitante (più 3,8 per cento, appena un pelo dietro Regno Unito e Germania, entrambe a più 3,9 per cento). Ed è stata addirittura quarta per crescita della domanda interna per abitante (più 4,4 per cento, meglio della stessa Germania, quest’ultima con un più 4,2 per cento).

 

Concentriamoci ora sulla dinamica delle principali componenti della domanda interna. Nel triennio 2015-2017 l’Italia, che appare ottava per crescita dei consumi totali delle famiglie e delle istituzioni non profit, sale addirittura al primo posto tra i 10 paesi considerati per crescita dei consumi per abitante. Segno che gli 80 euro, i tagli di tasse e il quasi un milione di occupati in più stimolati dal Jobs Act e dalle decontribuzioni hanno aiutato molto la spesa privata. Analogamente troviamo l’Italia terza non solo per crescita pro capite ma perfino assoluta degli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto, e ciò grazie al super ammortamento e al Piano Industria 4.0.

 

In conclusione, le politiche economiche degli ultimi due governi hanno avuto un impatto significativo sul rilancio della domanda privata del nostro paese. Ovviamente, se qualcosa ci è mancato è stato soprattutto il non poter fare spesa pubblica (come hanno invece fatto a piene mani molti altri paesi), a causa degli stringenti vincoli di bilancio legati al nostro alto debito pubblico e per l’esigenza di rispettare gli impegni europei. Un maggiore impulso alla crescita sarebbe inoltre potuto venire dalle opere pubbliche, per lo meno quelle finanziate ma purtroppo impantanate.

 

Vedremo che cosa succederà ora all’Italia con un nuovo governo le cui maggioranze hanno annunciato di voler cambiare le politiche economiche, di crescere in deficit e di bloccare al contempo le opere pubbliche.

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