Il circolo vizioso tra immobilismo, cacicchi e assistenzialismo

Alberto Brambilla

Roma. C’è una correlazione tra i movimenti di contestazione a opere infrastrutturali e industriali e la fascinazione dell’elettorato verso promesse di sostegno al reddito, in particolare al Sud? Non è certo una coincidenza che le contestazioni, crescenti nel numero di anno in anno in tutto il paese, verso iniziative imprenditoriali che propongono modifiche dell’esistente (strade, gallerie, gasdotti, rigassificatori, inceneritori ecc.) abbiano come minimo comune denominatore una protesta generalizzata, popolare e disinformata. Le imprese e i governi che vogliono “modificare” sono demonizzati come “élite”.

 

Conservare lo status quo significa covare un grande sospetto verso l’innovazione e quindi offrire come “alternativa” una retromarcia verso un passato bucolico o la prospettiva di un futuro turistico. Il Nimby Forum annualmente monitora gli episodi di opposizione locale a impianti e infrastrutture e negli ultimi quattro anni sono passati da 190 a 359, l’incidenza è maggiore al Nord perché ci sono più progetti in corso, ma la virulenza della protesta, almeno nella risonanza mediatica, è superiore nel sud dove alle elezioni del 4 marzo ha prevalso il M5s anche in forza della proposta di un reddito di cittadinanza da quasi 800 euro al mese (con la possibilità di rifiutare lavori proposti dagli uffici di collocamento se non sono ritenuti congrui rispetto al proprio status). Secondo Alessandro Beulcke, presidente del Nimby Forum, il numero di casi “Not in my backyard” (non nel mio giardino) aumenterà anche quest’anno e c’è una contiguità tra la mappa del voto assistenziale e l’ideologia anti sviluppo. “Abbiamo assistito a un aumento di casi di Nimby negli ultimi anni. Nel 2007 Beppe Grillo si stava preparando allo sbarco in politica e sosteneva che da lì a qualche anno questo tipo di proteste potevano essere raccolte e indirizzate verso il Parlamento. Il punto – dice Beulcke – è che la protesta rimane protesta fine a se stessa nel momento in cui non c’è una proposta. Vediamo che in tanti casi Nimby accade proprio questo canovaccio: si dice ‘non possiamo fare interventi perché il territorio è a vocazione turistica’, ma sono ‘vocazioni’ che durano trent’anni senza compiersi davvero perché non si attiva e produce uno sviluppo turistico dopo avere bloccato una iniziativa. Ergo se si bloccano iniziative per non fare nulla da qualche parte bisogna rivolgersi per sbarcare il lunario ed ecco perché c’è un voto populista con richieste assistenzialiste”, dice Beulcke. Il costo di non fare grandi opere arriverà a 660 miliardi nei prossimi dieci anni, secondo i calcoli Agici-Bocconi.

 

Con il nascente governo Lega-M5s il conto potrebbe anche essere più salato se l’intenzione è quella di interrompere l’alta velocità in Val di Susa, la Tav, o di chiudere l’Ilva a Taranto. In Puglia è poi notevole ed emblematico l’equilibrismo del presidente di Regione Michele Emiliano, oppositore del gasdotto Tap. “Il sud – dice Beulcke – è problematico non tanto per la quantità di casi Nimby ma perché ogni qualvolta subentra un caso la politica non vuole fare nulla nel suo mandato, è la sindrome Nimtoo (Not in my term of office). Cos’altro è il populismo che si veste da politica se non quello di Emiliano che aveva una posizione neutra sulla Tap che si è radicalizzata quando è iniziata la campagna elettorale per diventare governatore in Puglia? La posizione ‘contro’ genera consenso spiccio nella pancia di molti elettori e quindi l’amministratore invece di essere massimamente responsabile, ed esprimere il meglio della società, si fa megafono dell’espressione popolare, che non è sempre il massimo”, dice Beulcke. D’altronde non costa nulla demolire un progetto industriale, che richiede anni di studio e periodi lunghi per ottenere concessioni e superare i requisiti ambientali, perché per farlo a volte basta una campagna sui social network prodotta restando comodamente seduti sul divano magari in attesa di un contributo dallo stato.

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