Il terrore per la decrescita poco felice

Redazione

In linea di principio, ma solo perché sono italiani oltre l’etichetta “made in” che fanno cucire sui loro capi, gli imprenditori della moda italiana vorrebbero ricacciare in gola al Financial Times i suoi insulti sul possibile “governo dell’incompetenza”, e imporre ai quotidiani tedeschi che irridono le tempistiche sulla nascita dell’esecutivo la stessa pazienza mostrata con la cancelliera Angela Merkel per formare il suo. In realtà, il sistema moda che contribuisce per il cinquanta per cento alla bilancia commerciale italiana (oltre 28 miliardi, più 7,9 per cento), è seriamente preoccupato non tanto per l’aria stagnante che va incollandosi su Palazzo Chigi, quanto per le ricadute su un settore che, dopo essersi preso in faccia e per primo la globalizzazione lasciando sul campo quattrocentomila addetti in meno di quindici anni, ora andava recuperando posizioni e peso, anche politico. Martedì, all’inaugurazione del nuovo palazzo di Confindustria Moda, il presidente Claudio Marenzi era stato chiaro: “Nel 2017 l’export è volato, ma il 2018 è un’incognita, e non solo per lo spettro dei dazi di Trump. Se non agisse in continuità sul precedente, il cambio di governo potrebbe rappresentare un problema”. Nella notte fra martedì e mercoledì, quando ha iniziato a girare il nome del nuovo teorico della decrescita felice Lorenzo Fioramonti come titolare del Mise in quota Cinque stelle, gli industriali dell’ago e filo sono andati a compulsarne fatti, gesta e scritti e così ieri mattina, alla presentazione del robustissimo programma di Pitti Uomo 94 (milleduecento marchi presenti, il 45 per cento stranieri), erano tutti talmente basiti da volerla prendere sul ridere. Hanno già trovato il nuovo nome per il palazzo di Via Veneto: “Ministero della decrescita economica”.



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