Per affermarsi sul lavoro la famiglia è meno importante, dice l’Istat

Alberto Brambilla

Roma. La famiglia è senza dubbio l’istituzione sociale più facile per coltivare relazioni e cominciare a costruire una rete di rapporti. In Italia in particolare è anche sinonimo di protezione economica, un ammortizzatore naturale dalle cadute, una rete di salvataggio. Il rapporto dell’Istat sulla situazione del paese s’è occupato quest’anno di analizzare il funzionamento delle reti sociali ed economiche. Emerge appunto che la famiglia rappresenta l’insieme di persone su cui potere contare per il 78 per cento degli adulti, ovvero coloro su cui poter fare sicuro affidamento in caso di immediato bisogno (pronti a dare una somma di 800 euro), seguono gli amici e i vicini. Analizzando il rapporto è tuttavia evidente come la famiglia non può essere un “ombrello” dalle intemperie dell’economia (o della vita) per ancora molto tempo in questo paese. Rispetto al passato si fanno meno figli, o quando si fanno lo si fa a tappe procrastinate e l’Italia è dopotutto il secondo paese più anziano al mondo. Una demografia arida. Quindi tendenzialmente di famiglia si potrà parlare sempre meno perché ci saranno meno “famiglie”, intese come nucleo parentale.

     

Nel volgere di poco meno di vent’anni, dice Istat, le famiglie sono passate da 21,2 milioni (1997-1998) a 25,4 milioni (2015-2016) e questo perché sono aumentate le “famiglie” composte da una sola persona, che sono un terzo del totale, e sono diminuite (da 7,7 al 5,4 per cento) quelle con cinque o più componenti. E’ scontato ricordare le famiglie numerose del Dopoguerra, ma è utile per fare un confronto con il numero medio dei componenti della famiglia italiana a metà anni ’90, ovvero 2,7, e di oggi, sotto i 2,5; cifre più alte nel Mezzogiorno e più basse nel nord-ovest. E’ dunque chiara la tendenza alla riduzione progressiva e incessante del numero di persone che costituiscono una famiglia in grado di sostenere i suoi membri e, soprattutto, di allargarne le relazioni in modo significativo affinché siano una leva efficace per elevare il loro status. In un paese dove la famiglia è “sacra”, sarà sempre più necessario uscire dalla famiglia per avere successo e migliorare la propria condizione. Sulla ricerca di lavoro, ad esempio, chi usa soltanto canali informali, famigliari e amicali, è una minoranza (12 per cento) mentre la stragrande maggioranza usa sia canali informali sia formali (concorsi, annunci, agenzie) perché danno maggiori possibilità di successo. Uscire dalla propria cerchia è in sostanza obbligato ed è un fenomeno chiamato delle “relazioni deboli” (più allargo la mia rete più amplio i miei orizzonti) studiato dagli anni Ottanta. Un caso evidente è che gli ex occupati sono avvantaggiati nella ricerca di lavoro rispetto a quelli che non hanno mai lavorato perché conoscono gli ex colleghi che possono dare una mano. Chi non ha mai lasciato il nido è svantaggiato (a meno che non abbia un livello di istruzione elevato).

       

Lo stesso si può dire per le imprese: tenere “tutto in famiglia” può essere penalizzante. Per “tutto in famiglia” si intende la tendenza a non trasmettere conoscenza e tecnologia attraverso gli scambi. Istat ha fatto il confronto tra Italia e Germania, che esce vincente. In Italia al centro della rete di relazioni industriali ci sono settori a basso contenuto di conoscenza e tecnologia e la struttura della filiera tende a marginalizzare i settori più avanzati. In Germania, al contrario, sono le grandi imprese innovatrici ad avere una posizione centrale mentre quelle fornitrici hanno una posizione periferica. Se il confronto con il bastione industriale tedesco appare penalizzante, va detto – come rileva l’Istat – che i rapporti di collaborazione nell’industria e nei servizi sia a livello commerciale sia in ricerca e sviluppo sono aumentati notevolmente dal 2013 al 2017, da 40 a oltre il 50 per cento delle imprese hanno attivato rapporti di collaborazione con l’effetto di aumentare l’efficienza e la produttività. Uscire dal guscio non è solo una scelta obbligata – causa demografia depressa per le persone e globalizzazione per le imprese – è anche un fattore di sviluppo.

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