Rimuovere l’illusione pericolosa che i conti del paese siano in ordine

Guido Tabellini

Non sappiamo ancora come sarà risolto lo stallo politico, se con nuove elezioni o con un “governo di tregua”, ma comunque andrà a finire saremo presto chiamati a votare di nuovo. Inevitabilmente, il prossimo esecutivo (o quello attualmente in carica se verrà prorogato) sarà un governo di transizione verso un nuovo equilibrio politico. Il suo compito principale non sarà tanto quello di riuscire ad approvare provvedimenti utili per il paese. Data la situazione politica, ciò sarà praticamente impossibile. Il suo compito più importante sarà cercare di rimuovere una pericolosa illusione che ha condizionato la campagna elettorale appena finita, e guardarsi da un grave rischio. L’illusione pericolosa è che i conti pubblici dell’Italia siano a posto. Così non è. Non manca molto, ma non siamo ancora in zona di sicurezza. Da ormai diversi anni, gli scenari di finanza pubblica sono costruiti su premesse contraddittorie e ingannevoli. Da un lato, si proietta un bilancio tendenziale che, grazie alle clausole di salvaguardia, consente di raggiungere gli obiettivi di rientro dal debito senza nuovi aggiustamenti fiscali. Dall’altro, tutti si aspettano che le clausole di salvaguardia vengano rimosse, e anche le previsioni di crescita sono costruite in base a questa aspettativa. Il risultato è che tutti gli anni, per non compromettere la crescita, le clausole di salvaguardia sono spostate in avanti, l’avanzo primario è più basso del tendenziale e l’obiettivo sul debito viene mancato. La verità è che, per evitare rischi futuri sul debito pubblico, l’Italia deve ancora fare un aggiustamento fiscale di 2 o 3 punti percentuali del reddito nazionale.

 

Non solo non c’è spazio per nuove misure fantasiose, come “il superamento” della legge Fornero, la “Flat Tax” o il reddito di cittadinanza, ma occorre completare l’aggiustamento fiscale iniziato dal governo Monti e poi abbandonato. Oggi tutti dicono che occorre intervenire per evitare che scattino gli aumenti dell’Iva previsti dalle clausole di salvaguardia. Ma per sostituirle con cosa?

 

La risposta implicita è: con disavanzi maggiori rispetto al tendenziale. Il prossimo governo, anche se di transizione, dovrà opporsi con forza a chi vuole abbandonare il percorso tendenziale dei conti pubblici, chiarendo che l’unica alternativa all’aumento dell’Iva possono essere provvedimenti strutturali di controllo della spesa per un importo equivalente. Certo, un maggiore sforzo fiscale avrebbe effetti temporaneamente negativi sulla crescita, anche se composto prevalentemente da minori spese. Ma è meglio che questo avvenga ora, con le previsioni di crescita all’1,5 per cento, oppure in un futuro non lontano quando il ciclo sarà meno favorevole e magari la Bce avrà iniziato a far risalire i tassi di interesse?

 

Il rischio da cui guardarsi è l’euroscetticismo dilagante. Una volta l’Italia era tra i paesi più filoeuropei. Le carenze dell’Europa nel gestire la crisi finanziaria e il flusso degli immigrati dal Nord Africa hanno minato la fiducia degli italiani nell’Unione europea. Ciò è comprensibile, ma non cambia la sostanza delle cose: l’Italia ha un futuro solo in un’Europa forte e integrata. Un compito importante del prossimo governo sarà convincere l’opinione pubblica di questo. I prossimi mesi saranno delicati. Da un lato, è probabile che alcuni nodi vengano al pettine. I conti pubblici italiani non sono in linea con le regole europee, e dobbiamo aspettarci (e auspicare) richiami più pressanti che in passato dalla Commissione europea. Dall’altro, in sede europea dovranno essere prese decisioni importanti sul bilancio dell’Unione e sul se e come riformare l’Eurozona. Il governo in carica, quale che sia il suo orizzonte politico avrà un compito difficile. Per essere influente in sede europea, dovrà scegliere le battaglie giuste, imponendosi su alcune questioni ma non su altre. In particolare, nell’interesse nazionale di lungo periodo, dovrà insistere perché il bilancio europeo dedichi più risorse all’offerta di beni pubblici europei, quali il controllo delle frontiere, la politica estera e la difesa comuni, anche se a scapito dei sostegni all’agricoltura o alle politiche di coesione. E, sempre nell’interesse nazionale di lungo periodo, dovrà insistere perché le riforme dell’Eurozona non vadano nella direzione auspicata dalla Germania, di dare più spazio alla disciplina imposta dai mercati; ma ciò sarà tanto più facile quanto più credibile ed efficace è la vigilanza della Commissione europea sulle politiche fiscali nazionali. Il rischio di un conflitto con i programmi elettorali di alcuni partiti politici è evidente. Per questo sarà importante spiegare bene all’opinione pubblica qual è il vero interesse dell’Italia in Europa.

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