Fondati dubbi su chi ci guadagna dalla Tim vestita da Arlecchino

Stefano Cingolani

Roma. Da oggi tutto cambia in Tim (già Telecom Italia). O forse no. Chissà. Amos Genish, il direttore generale nominato da Vivendi, diventa amministratore delegato con pieni poteri. Fulvio Conti, il manager pubblico indicato da Elliott sale alla presidenza, ma senza deleghe. La Cassa depositi e prestiti, decisiva per far pendere la bilancia verso il fondo americano, ha speso circa 800 milioni di euro (denari pubblici), ma non ha nessun rappresentante diretto in consiglio di amministrazione. Il piano industriale rimane (per ora) lo stesso scritto e varato durante la gestione francese. Lo scorporo della rete, approvato dal vecchio consiglio di amministrazione, resta da costruire, soprattutto bisognerà calcolare quanto costa e chi paga. Infine, la domanda di Candide alla quale nessuno finora può dare risposta: il cliente che “ha sempre ragione”, insomma chi ha un contratto con Telecom, avrà linee più efficienti a costo inferiore?

   

Se ne sono sentite tante sull’ultimo ribaltone al vertice dell’ex monopolista telefonico: Vincent Bolloré è stato punito per la sua arroganza; gli italiani si sono presi la rivincita, dopo tutti gli schiaffoni subiti dai francesi (Elliott avrebbe fatto da cavallo di Troia); il governo è sceso in campo per tutelare attività strategiche; mentre c’è chi paventa il ritorno dello stato telefonista. Non dimentichiamo l’apprezzamento per Carlo Calenda, ministro vindice e vittorioso, o per il decisionismo mostrato dal mite Paolo Gentiloni. Mentre si almanacca sulle nomine: alla fine del mese scadono i vertici della Cdp, sia il presidente Claudio Costamagna sia l’amministratore delegato Fabio Gallia. “Costamagna va riconfermato”, ha dichiarato Giuseppe Guzzetti il quale, come unico azionista privato in rappresentanza del 16 per cento detenuto dalle fondazioni di origine bancaria, è sempre stato un “king maker”. In ballo dunque sarebbe solo la poltrona di capo azienda. Resta sullo sfondo la partita tra Bolloré e Silvio Berlusconi per il controllo di Mediaset (e qui Elliott con l’aiuto della Cdp ha dato oggettivamente una mano a Fininvest). Tra tutte queste letture meta-industriali, spicca l’elogio della public company. La Tim lo diventa per la prima volta dopo un tentativo compiuto da Romano Prodi nel 1997 con la privatizzazione, anche se allora il potere vero stava nelle mani di un nucleo di soci rilevanti con poche azioni e pochi quattrini (il nocciolino duro nel quale spiccavano gli Agnelli). Tutti i patron che si sono succeduti (Roberto Colaninno, Marco Tronchetti Provera, César Alierta, capo della spagnola Telefonica, per finire con la Vivendi di Bolloré) sarebbero da bocciare. Staremo a vedere, tuttavia Vivendi resta pur sempre l’azionista principale con il 24 per cento e un terzo dei consiglieri, mantiene un potere di veto sulle scelte strategiche, anzi molto di più: l’ormai mitico scorporo della rete del quale si parla da un decennio, non si può fare senza l’attiva partecipazione dell’azionista francese.

  

Molti hanno levato un coro di applausi alla “democrazia economica” in nome dei piccoli azionisti, quasi fossero i sanculotti del capitale in lotta contro il monarca assoluto, Vincent Bolloré signore di Bretagna. Certo, chi detiene poche azioni ha sofferto nel vedere il titolo precipitare da 1,263 euro (picco del 2015 quando Vivendi diventa azionista di riferimento) a 63 centesimi sette mesi dopo per risalire poi faticosamente senza mai raggiungere quota 0,9: oggi è sceso da 0,87 a 0,86, la borsa resta cauta. I piccoli azionisti, però, non sono tutti uguali né rappresentano il popolo in marcia. Alcuni hanno investito con un’ottica di medio-lungo termine, quindi vogliono vedere una società florida ed efficiente (i loro interessi coincidono con quelli dei clienti), altri intendono recuperare le perdite prima di vendere, dunque sperano che in uno spezzatino che tagli i debiti dividendoli tra nuovi soggetti, e faccia emergere il valore (come dicono i tecnici) cioè produca utili rapidamente. E questo, invece, non coincide necessariamente con le esigenze di chi ha firmato un contratto con una certa compagnia e poi se la vede cambiare sotto il naso.

  

Non è detto, d’altra parte, che separare la rete sia vantaggioso. I pochi esempi esteri lo dimostrano e molti sono tornati indietro. L’azionista pubblico vorrebbe creare una società nella quale, pur lasciando che Tim abbia la maggioranza, entri Open Fiber, la joint venture tra Enel e Cdp nata per portare la fibra ottica dalle Alpi a Capo Passero. Tra le due società c’è una enorme distanza: ricavi pari a 70 milioni di euro nel caso di Open Fiber contro i 4,6 miliardi di Tim. Ma è vero che oggi si stanno sprecando risorse preziose (in alcune zone coesistono ormai due reti parallele). In ogni caso, calcolare il valore dei cavi Tim è un rompicapo: per chi considera il rame un “barbarico relitto” rispetto alla fibra ottica, è molto inferiore ai 14 miliardi di euro scritti in bilancio.

  

La partita si giocherà nel prossimo futuro, ma almeno si capisce chi comanda davvero? Nel voto per il consiglio di amministrazione Elliott ha conquistato il 33,4 per cento del capitale presente (49,8 per cento dei voti), Vivendi il 31,6 per cento (47,18 per cento dei voti); ciò vuol dire che, senza il 4,8 per cento della Cdp, avrebbero vinto i francesi i quali partivano in vantaggio con il loro 23,94 per cento. Il fondo americano vanta di aver attratto più piccoli azionisti rispetto a Vivendi e senza dubbio è vero, ma non sarebbero bastati. Siccome la democrazia, anche quella economica, è basata sui numeri, quando si fanno i calcoli le sacre rappresentazioni popolar-populiste cambiano parecchio.

  

La stessa public company perde gran parte della sua aura mitologica. Tim è in mano non a una miriade di azionisti, ma sostanzialmente a tre soggetti forti: Vivendi che ha pur sempre investito più degli altri, Elliott che come fondo attivista può avere una presenza breve se non effimera e la Cdp che, al contrario, vuole aumentare la propria quota diventando sempre più l’arbitro di qualsiasi assetto proprietario. Insomma un Arlecchino servitore di più padroni, con tre grandi toppe di diverso colore, piuttosto che il modello di Adolf Berle e Gardiner Means dove la separazione tra proprietà e gestione è completa. Non è realistico che Tim venga nazionalizzata, ma comunque la politica è tornata al primo posto. E i clienti? Come l’intendenza per il generale de Gaulle, seguiranno. Forse.

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