Da Tim alla nazionalizzazione di Alitalia. Brutti segnali al mercato e al pueblo

Alberto Brambilla

Roma. E’ utile recuperare sia per ragioni di calendario sia per pertinenza con le cronache economico-finanziarie, il concetto ricordato da Carlo Stagnaro sul Foglio del 6 aprile scorso in merito alla definizione data da Karl Marx, nato duecento anni fa, e Friedrich Engels sullo Stato moderno. Nel Manifesto del Partito comunista l’hanno chiamato “un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese”. Il governo italiano è stato decisivo ieri nella battaglia tra due investitori privati, la media company francese Vivendi e il fondo attivista Elliott, per assegnare a quest’ultimo la maggioranza del consiglio di amministrazione di Tim. La Cassa depositi e prestiti con il 4,8 per cento di Tim (costato 750 milioni di euro) ha spostato l’esito della contesa a favore del fondo americano. Elliott opera sulla base di un piano cangiante e ambiguo riguardo alle sorti di un asset, la rete telefonica, che lo stato considera strategico e che intende ri-nazionalizzare a vent’anni dalla privatizzazione.

 

Il rischio di tornare a un monopolio della rete è quello di aumentare i costi per l’affitto della stessa verso gli operatori e, in ultima istanza, scaricarlo sui consumatori. Starà ai regolatori eventualmente vigilare, dato che non sarebbe nell’interesse degli utenti sul territorio nazionale che ciò avvenga. Intanto il governo ha usato la Cdp, un’agenzia statale e investitore di lungo termine che gestisce il risparmio postale, alla stregua di una banca d’affari pur di ridimensionare l’influenza in Tim dell’azionista francese Vivendi; senza nascondere il piglio revanscista a monte dell’intervento. Il segnale consegnato agli investitori non è dei migliori: in Italia si insiste a considerare il mercato come una proiezione dell’amministrazione pubblica, per cui Cdp con il 5 per cento delle azioni può comportarsi con Tim come se ne avesse il 51. La contraddizione è più vistosa se si considera che non si parla di una azienda manifatturiera ad alta intensità di manodopera, ma di una società di servizi che però è considerata ancora dépendance di una classe politica incapace di riconoscere che quello – una contesa di Borsa – è territorio del mercato. Sarebbe stato più elegante per Cdp astenersi dalla disputa. Un intervento eclatante come l’appoggio decisivo a Elliott porta peraltro a sospettare che possano seguire altre operazioni sotto bandiera dell’“interesse nazionale”.

 

C’è aria di nazionalizzazioni striscianti nel servizio dei trasporti. Non solo per Atac in orbita Ferrovie dello stato (vedi articolo in pagina), ma anche per Alitalia. Giulia Lupo, senatrice del Movimento 5 stelle, ha detto al manifesto che la nazionalizzazione “non è un tabù” forte del fatto che lei è assistente di volo della compagnia. In effetti non è un tabù, sarebbe un ritorno al passato che somiglia a un incubo per i contribuenti. Il governo ha già concesso ad Alitalia un “prestito ponte” da 900 milioni per tentare di venderla a pezzi. Quella somma può permettere di fare volare Alitalia fino all’autunno, ma considerarlo un prestito è ottimistico. Come afferma Ugo Arrigo su lavoce.info si configura piuttosto come aiuto di stato – che è poi l’oggetto di un’indagine della Commissione europea – perché non verrà restituito. Da quando è sotto le curatele dei commissari straordinari, da un anno circa, Alitalia va peggio delle compagnie concorrenti, low cost e tradizionali, che si godono la ripresa dell’aviazione civile, e perde circa 2 milioni al giorno – meno rispetto a undici mesi fa quando all’inizio del commissariamento l’azienda stava fallendo, ma di più rispetto al 2015-2016 con Etihad.

 

La nazionalizzazione eventuale – per ora non concessa dallo statuto Cdp che non può soccorrere società in perdita –, al netto dell’uso di risorse pubbliche per un’azienda che ha già carpito quasi 8 miliardi di euro nei suoi quarantaquattro anni di volo, sarebbe un incentivo all’azzardo morale. Se Alitalia venisse nazionalizzata per evitare una ristrutturazione, chiesta dai possibili compratori come Lufthansa, con tagli al personale di terra, i lavoratori che nell’aprile 2017 respinsero con referendum aziendale la proposta d’investimento per 2 miliardi di euro da parte di soci privati (italiani ed Etihad) dimostrerebbero di avere avuto ragione a dire “no”. L’azzardo morale è dare la certezza che il soccorso pubblico è sempre pronto per tutelare gli interessi di una parte a scapito dell’interesse generale (o nazionale che dir si voglia).

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