Mai più dire “no”

Alberto Brambilla e Stefano Cianciotta

Pubblichiamo in questa pagina ampi stralci del primo capitolo del libro “I No che fanno la decrescita - Per un paese che non ha ancora rinunciato al futuro” di Alberto Brambilla e Stefano Cianciotta (Guerini e Associati, 159 pp., 18,50 euro).


   

In una società che sta attraversando una profonda fase di trasformazione, fenomeni come il Nimby, l’opposizione dei territori alla costruzione di infrastrutture, sono la punta dell’iceberg di un disagio che investe in generale il tema della rappresentanza e della partecipazione. Per rispondere a questa crisi, alcuni paesi europei hanno da tempo e progressivamente adottato strategie, pratiche e modalità che hanno rinnovato gli strumenti di dialogo tra i diversi tessuti vitali della società.

   

Proteste, burocrazia, greppie giudiziarie, rifiuto del metodo scientifico. Così l’Italia dimostra arretratezza infliggendosi un danno 

L’Italia, giovane nazione non immune alla superstizione, dimostra la sua arretratezza culturale. Nell’incapacità di cercare nuove modalità di confronto, il no si è progressivamente inasprito e la distanza tra gli attori coinvolti è radicalmente aumentata. Il no sta prevalendo e dalla opposizione alle infrastrutture è diventato trasversale, sostenuto anche da una parte della politica. Dai vaccini al cibo, dalle costruzioni alla tavola, insomma, è tutto un fiorire di no, di senza e di contrasti che rendono il paese vulnerabile e troppo poco attraente, anche a causa di un sistema burocratico sempre più farraginoso e complicato. E alla fine la domanda che ci dovremmo porre inevitabilmente sarà la seguente: quale è stato il bilancio di tutti questi no?

  

Seguire le mode può essere controproducente. Quando il cibo e l’alimentazione vengono scambiati per moda il conformismo si trasforma in psicosi. Quando prevalgono il segno meno, il no o la privazione, la parola senza, e il principio di precauzione del rischio “zero”, la cultura della decrescita sta vincendo su quella della crescita. Si tende così a favorire un processo cognitivo che segue lo schema “sottrazione / distruzione / arretramento” anziché “addizione / costruzione / progresso”. Se è vero che l’uomo può creare tutto ciò che immagina, infatti, perché non potrebbe demolirlo allo stesso modo?

   

Negli ultimi venti anni, soprattutto a seguito di Tangentopoli, in Italia si è consolidata la moda del senza, del no, dello “zero”. Una tendenza (diventata “trendy”) che ha trovato casa politica sia nella sinistra rosso-verde sia nei più recenti partiti incolore, detti populisti, dall’Italia dei Valori al Movimento 5 stelle, guidati dai tribuni della plebe, Antonio Di Pietro e Beppe Grillo, associati dalla collaborazione con Gian Roberto Casaleggio, il “guru” italiano della decrescita felice nel solco dell’utopia di Serge Latouche. Ciò trova consonanza ideologica sia nel trascinamento delle teorie neo-millenariste malthusiane sia nella contestuale, e attuale, elevazione dell’ambientalismo pauperista a “religione” universale, per difendere il pianeta dal fenomeno umano. Il tutto si salda con l’immaginario complottista collettivo che in quest’epoca digitale, appena agli albori, è amplificato dalla iper-connessione degli individui attraverso internet.

  

Dunque certe mere percezioni, frutto della paranoia, ricevono oggi un rinforzo positivo quando trovano riscontro nell’approvazione da parte di nostri simili in rete, soprattutto sui social network (o peggio sui media ufficiali). A prevalere è una sorta di cultura della sopraffazione delle opinioni diverse. E tali convinzioni condizionano i politici eletti (o eleggibili) che s’affannano a inseguire gli istantanei umori – e timori – delle masse. Con la conseguenza di prendere (o di annunciare) decisioni tattiche di breve termine per capitalizzare consenso – modus operandi che in finanza viene chiamato “short-termismo” – invece di indicare (o imporre) un indirizzo strategico di lungo periodo.

  

Se la politica asseconda la “vox populi” (e i social network) spinge la democrazia al suo stadio deteriore: la dittatura delle masse 

La “vox populi” è oramai un elemento strutturale della politica occidentale e comporta rischi per l’economia, secondo un rapporto della banca americana Citi. Si realizza così lo stadio deteriore della democrazia descritto con la teoria sui cicli politici dallo storico greco Polibio, ovviamente nella versione contemporanea, rafforzata dai mezzi individuali di comunicazione collettiva, e cioè l’oclocrazia – da óchlos, moltitudine, e, kratía, potere – l’esercizio del potere (in realtà presunto) delle masse. Scenario che porta al caos e alla necessità dell’arrivo di un uomo della provvidenza per rimettere ordine, un tiranno cieco oppure illuminato.

  

Stop, quindi, agli investimenti in opere antropiche perché contengono i germi di quella attitudine umana a dare e ricevere vantaggi chiamata corruzione. O basta con lo zucchero perché è sinonimo di obesità e di malattie cardiovascolari. Eppure fino al Settecento lo zucchero era sinonimo di globalizzazione dei commerci, di potenza dell’impero britannico, che, dominante dai Caraibi alle Indie, iniziò a diffondere il sapore dolce su scala industriale e planetaria. Lo zucchero fu una conquista per l’umanità che per secoli aveva masticato e bevuto soprattutto amaro.

  

Nella società contemporanea, invece, è sufficiente la rimozione dai prodotti di un ingrediente, una quantità di un nutriente o una semplice parola di cui non conosciamo spesso nulla, per farci sentire bene, per apprezzare questo o quel prodotto anche se non lo conosciamo, per sodalizzare con questa o quella battaglia contro le infrastrutture, anche se ignoriamo la valenza del progetto e il suo contributo allo sviluppo della comunità. E non vogliamo nemmeno chiederci se ha un minimo di utilità. Diciamo no e basta, è tutta ingordigia della casta. Ma la domanda che dobbiamo porci è la seguente: un prodotto senza è migliore degli altri con? Ovviamente no, ma questo non importa perché il marketing deve fare vendere.

  

L’esempio principale è quello del gluten-free. Le persone a cui è stata diagnosticata la celiachia in Italia sono 190.000 secondo i dati diffusi dall’Aic, l’Associazione Italiana Celiachia, ossia lo 0,32 per cento della popolazione. Negli Stati Uniti lo 0,65 per cento. Eppure l’impressione è che il mercato del cibo senza glutine sia molto più esteso e sviluppato rispetto alle basse cifre del numero totale dei celiaci, tanto che il suo valore è arrivato a 300 milioni l’anno complessivamente. Questo perché molte persone che non hanno alcun problema collegato al glutine, ritengono salutare eliminare questo alimento dalla propria dieta.

     

Non costruire, non occupare, non modificare la natura, non fare figli. Sono imperativi che negano la cultura occidentale e il progresso

Il boicottaggio ideologico di alcuni tipi di farine sta coincidendo con il ridimensionamento del pane come essenza vitale della tavola, che coincide anche con il ridimensionamento della portata spirituale e religiosa di questo antico alimento paradigma della civilizzazione dell’umanità. La società della condivisione, l’economia che fa dello sharing la sua essenza più alta, non solo può fare a meno del simbolo della condivisione e della amicizia, quale è appunto il pane, ma arriva al punto di bandirlo, apostrofandolo come il principale imputato di una società imbolsita che non è attenta alla salute e che vede nel grano e nei carboidrati l’ennesima protervia delle multinazionali.

  

Negli ultimi quattro secoli la battaglia dei ceti poveri era per avere a disposizione più grano e più pane, e i moti e le rivoluzioni scoppiavano quando mancava questa preziosa materia prima che garantiva sussistenza e sfamava milioni di persone. La società opulenta e secolarizzata non solo lo rifiuta, ma lo fa diventare il pretesto per una singolare “guerra santa”. Il pane da sempre è anche il simbolo del sacrificio di Cristo, ne interpreta il suo gesto estremo di donarsi per la salvezza di tutta l’umanità. E non è un caso, allora, che in questa società secolarizzata si vada, anche inconsapevolmente, a snaturare uno dei simboli della religione cristiana.

  

Le radici cristiane dell’occidente sono ferite, fino alla loro marcescenza, dalle ideologie che contrastano il progresso e la crescita nel suo senso più ampio. Si prenda la Genesi, con le istruzioni per l’uso del Creato secondo il Dio cristiano. Il “riempite la terra, soggiogatela” diventa “non disturbate la terra, non consumatela”. Il “dominate su ogni essere vivente” è sostituito dal “salvate gli animali dalla macellazione, coltivate verdura in orti idroponici casalinghi”, a chilometro “nullo”. Il “siate fecondi, moltiplicatevi” muta in “non fate figli per ridurre il fardello della popolazione mondiale che grava su madre terra”, restiamo in pochi, “riduciamoci”. Potremmo aggiungere, per completezza, il “maschio e femmina li creò”, soppiantato dalla teoria del gender – ma, in fondo, chi siamo noi per giudicare? Insomma togliere, evitare e sottrarre sono gli imperativi che l’uomo sembra aver dato a se stesso in forma di stili di vita socialmente approvati e condivisi.

    

Non ci sono poi riferimenti alle radici cristiane dell’Europa nella Costituzione europea, così come vengono esclusi nel Museo dell’Unione Europea elementi di congiunzione tra le suggestioni del cristianesimo (si pensi ad esempio alle incoronazioni dei Re, prima fra tutte quella di Carlo Magno) e l’Europa, nella quale prevalgono le politiche sociali e fiscali dei Paesi sostenitori della Riforma del nord Europa, a scapito dei paesi del sud Europa, nei quali la matrice cattolica e cristiana è certamente molto forte. La Controriforma, insomma, non va più di moda. Nemmeno a tavola.

  

Il prefisso negativo determina la mancanza di futuro, di progettualità, di prospettiva. Per costruire si comincia con un “sì” 

Analogo contrasto sta avvenendo dal 2016 con l’olio di palma. Nessuno sapeva cosa fosse prima che un’aggressiva campagna politica, prima ancora che commerciale, lo attaccasse duramente. Le aziende, spaventate da una minoranza di attivisti agguerriti, lo hanno prima difeso e successivamente eliminato pubblicizzandola come una scelta salutista. Tutto ciò in assenza di prove scientifico-mediche che sostenessero che l’ingrediente nuocesse alla salute o fosse foriero di patologie. I media, ovviamente, ci hanno messo del loro e il senza olio di palma oggi campeggia ovunque. Anche dove prima non c’era mai stato (e dove non se ne sentiva il bisogno). Ecco due casi in cui il senza è diventato una ideologia. E’ stato imposto dall’alto ai consumatori per soddisfare una richiesta crescente, di maggiore benessere e di salutismo, e per venire incontro alle loro paure. Il senza è tanto rassicurante, quanto ingannevole. Da un lato ci dice che se togliamo qualcosa alla nostra dieta staremo meglio. Dall’altro però non spiega perché lo toglie, con cosa lo sostituisce e secondo quale criterio o processo.

  

Insomma il no e il senza fanno stare bene o sentirsi meglio. Prima di tutto a livello psicologico. Sapere che non si realizzerà una infrastruttura – che non è più sinonimo di progresso e sviluppo ma di corruzione e spreco – diventa taumaturgico, ci ben dispone ad affrontare i problemi della quotidianità.

  

Il prefisso negativo, a ben vedere, determina la mancanza di futuro, di progettualità. La privazione ci costringe a scegliere una china negativa. Razionalmente dovremmo ribellarci a questo stato di cose. Invece non solo lo subiamo ma facciamo di tutto per sostenerlo e amplificarlo. E chi si oppone al mainstream viene bollato come un pericoloso corruttore, un “lobbista” dei più spregiudicati, un inquinatore da esiliare dalla vita pubblica previa umiliazione a mezzo stampa, possibilmente, modello Ercole Incalza.

  

Tornare a costruire e a produrre sviluppo significa invece dire sì, introdurre e dare valore alla parola con, significa lavorare insieme, programmare, pianificare. Per ottenere il risultato principale che invece si vorrebbe omettere a tutti i costi: tornare a investire sulla fiducia reciproca, che è il primo tassello per produrre sviluppo in modo serio e ragionato.

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