L’idea delle “non dimissioni” di Marchionne nasce dai silenzi di Fiat

Alberto Brambilla

Roma. La flemma con la quale Fiat-Chrysler Automobiles si sta avvicinando all’assemblea del 1° giugno, quando verrà presentato il piano industriale 2018-2022, autorizza gli analisti a fare correre l’immaginazione. Dopo mesi di rumors sul successore dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, in sella dal 2004 e in scadenza l’anno prossimo, un fresco report di Morgan Stanley ipotizza la sua permanenza al vertice del gruppo controllato dalla Exor della famiglia Elkann-Agnelli. Gli analisti della banca d’affari americana hanno maturato questa convinzione vista appunto la lentezza della procedura di sostituzione.

  

Fca sta creando una notevole suspense sul piano industriale e sulla successione di Marchionne. La riservatezza è d’obbligo soprattutto se si parla di società quotate con interessi tentacolari intercontinentali. Tuttavia il silenzio della casa automobilistica autorizza fantasie da trading floor e preoccupazioni di politica industriale. Non c’è infatti visibilità sui piani di Fca in Italia per la saturazione (o meno) dei nove impianti e la relativa produzione di modelli. Sindacati, politici nazionali e politici locali sono in ansia per i siti produttivi di loro interesse e hanno chiesto di incontrare i vertici di Fiat per avere chiarimenti ma senza ottenere risposte.

  

Il piano 2014-2018 era di 5,5 miliardi di dollari, di cui il 50 per cento investito su Alfa e Jeep, che di stretto interesse italiano perché la motoristica Alfa è prodotta qui.

  

I dubbi verranno sciolti a Balocco al centro sperimentale Fiat il 1° giugno. La data ha un significato nostalgico, notava Automotive News, e offre una doppia interpretazione: Marchionne è diventato ceo il 1° giugno del 2004 ed è qui che ha presentato il suo primo piano quinquennale. La performance di Fca sotto la sua guida è indiscutibile – ricevere 2 miliardi di dollari e trasformarli in 75 attraverso una fusione transoceanica – al punto da essere paragonato a mostri sacri come Kiichiro Toyoda e Henry Ford (i quali però non dovettero risollevare due aziende Chrysler e Fiat ma lanciare le proprie). La prospettiva finora più probabile era che Marchionne lasciasse realizzare il piano al suo successore il cui nome dovrebbe essere rivelato subito dopo la presentazione del piano a Balocco, e si è molto parlato del Cfo Richard Palmer. Chissà se Sergio indicherà se stesso.

  

Gli analisti delle banche d’affari spesso lavorano di fantasia, producono report dai titoli accattivanti e birichini, cercano di catturare gli operatori non solo con i numeri ma anche con le suggestioni. E’ comprensibile – e a volte costruttivo – dubitare dei report. Ma con Fiat e Marchionne è un po’ diverso. Bisogna dubitare del report e dubitare della fonte dell’analista. C’è infatti una particolarità interessante nel rapporto tra il ceo e gli analisti. E’ celebre il siparietto tra Max Warburton, rispettato analista del broker tedesco Bernstein, e Marchionne. L’analista non voleva sentire le ragioni del ceo riguardo la necessità del mercato di consolidarsi, mentre all’epoca Fca cercava il matrimonio con General Motors. “Non abbiamo influenza. Lei pensa che le compagnie tedesche ci ascoltino? Pensa che ai giapponesi interessi quello che scriviamo?”, diceva Warburton. Marchionne ha risposto in collera: “Io faccio macchine, voi indirizzate il flusso del capitale. Prendetevene la responsabilità”.

  

Al di là delle congetture contenute nei report, è molto probabile che Marchionne resterà in famiglia a lungo – ma in Exor, come ha già detto John Elkann, in quanto la holding controlla Ferrari di cui lui è presidente. E’ però altrettanto vero che lunghi silenzi generano grandi speculazioni.

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