Debiti pubblici & utili privati. La lezione di Wall Street agli stati

Renzo Rosati

Roma. Incurante dei venti di guerra in Siria e dei “rischi geopolitici”, Wall Street è in piena euforia da utili: secondo Factset, big dell’analisi finanziaria con base nel Connecticut e 46 sedi in venti paesi del mondo, quelli delle aziende quotate cresceranno nel 2018 del 10,8 per cento, dopo il 9,6 del 2017. Ancora più strabilianti le previsioni per Piazza Affari: più 45,3 per cento di utili quest’anno, più 22,6 nei 12 mesi precedenti. Un raddoppio, quello italiano, che non trova riscontro nel resto del mondo ma che certo risulta sopravvalutato per la esiguità delle dimensioni della nostra Borsa. Tuttavia il segno positivo riguarda tutti i maggiori paesi e le aree geografiche. Ma non nella stessa maniera: l’Unione europea dovrebbero far segnare nel 2018 utili in aumento dell’8,3 per cento, un trend in discesa rispetto al 16,8 del 2017. A determinare la frenata sono soprattutto Regno Unito (più 5,7 contro più 26,9), Spagna (più 7 contro più 20), Francia (più 7,1 contro più 13,2). Mentre la Germania ha standard americani: 10,5 per cento di aumento di utili 2018 rispetto a più 9,5 nel 2017. Pur con queste variazioni, gli utili aziendali continuano a crescere su base mondiale: del 17,5 quest’anno, del 23,2 quello passato.

 

Ed è una crescita comune a tutti i continenti. Per quanto riguarda l’America, Standard & Poor’s Market Intelligence rileva un aumento di utili del 25 per cento tra le cinque big dell’alta tecnologia (Facebook, Apple, Amazon, Microsoft, Google) e tra le banche (JpMorgan, Citi, Wells Fargo e il record di Morgan Stanley del più 40 per cento). Mentre questo accade nel settore privato, e si staccano dividendi per 1.100 miliardi di dollari, il Fondo monetario internazionale, con il World Economic Outlook di primavera, segnala una crescita che dal 2019 inizierà a rallentare: più marcatamente nell’Eurozona (dal 2,4 al 2 per cento), e in particolare in Germania (dal 2,5 al 2) e in Italia (dall’1,5 all’1,1); meno negli Usa (dal 2,9 al 2,7) e Cina (dal 6,6 al 6,4). Mentre a livello mondiale il trend resterà stabile: più 3,9 nei due anni.

 

Il Fmi, organismo multigovernativo, è naturalmente più prudente degli analisti privati; ma l’asimmetria è vistosa. Che cosa la determina? Il Fondo e privati sono concordi: il diverso impegno dello smaltimento della massa monetaria messa in circolazione dal 2007 dalle Banche centrali e dalle aziende: a gennaio 2018 ha raggiunto il record di 233 mila miliardi di dollari, il 325 per cento del pil mondiale. Nonostante la mini-stretta iniziata dalle Federal reserve americana, e quella ancora più soft annunciata dalla Banca centrale europea, le previsioni sono per un atterraggio morbido, ma con differenze significative. Tra il 2007 e il 2017 il debito globale delle aziende industriali è cresciuto da 10 a 15 mila miliardi di dollari, una frazione minore dell’indebitamento globale, e ha iniziato a ridursi negli ultimi tre anni. Per esempio l’azzeramento del debito è l’obiettivo di Fiat-Chrysler Automobiles, ma Peugeot l’ha preceduta, per non parlare dell’hi-tech (benché Apple sia tra i maggiori emittenti di obbligazioni). Al contrario la media del debito pubblico europeo ha raggiunto il 90 per cento del pil, triplicandosi in Spagna, raddoppiando in Portogallo e Grecia, aumentando del 50 per cento in Francia e del 20 in Italia. Solo la Germania ha ridotto l’indebitamento al 60 per cento del pil, obiettivo di Maastricht.

 

Carlo Cottarelli, ex commissario inascoltato per i tagli alla spesa e oggi direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici, non sottovaluta l’accumulo di debito privato (oltre alle aziende industriali ci sono quelle finanziarie, i fondi, le famiglie) ma osserva come i debiti pubblici e quelli finanziari privati “tengano in ostaggio la crescita”. E mentre le aziende fanno pulizia presentando bilanci smaglianti, sull’altro fronte aumentano obbligazioni e strumenti finanziari di bassa qualità, con buona pace dei regolatori (pubblici) che chiudono gli occhi sulla spesa.

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