Terremoti a parte, c’è un vuoto di attenzione per l’Italia centrale

Alberto Brambilla

Roma. I Sinkholes sono enormi crateri che s’aprono in strada perché il terreno sottostante cede di schianto. Finora la Capitale ha sperimentato il fenomeno per quarantaquattro volte, complice il maltempo e in parte il terremoto che seicento giorni fa ha colpito in due fasi il Centro Italia. L’area è storicamente piagata da sismi, e gli ultimi hanno paralizzato le attività imprenditoriali, soprattutto agricole. La metafora dei “buchi” funziona per spiegare le lacune che riguardano l’analisi sulle regioni dell’Italia centrale quali Marche, Lazio, Toscana, Umbria, Molise, Abruzzo.

  

Le elezioni del 4 marzo hanno polarizzato lo scenario politico con un exploit della Lega al nord, dietro promessa di una tassa piatta a favore degli imprenditori, e del Movimento 5 stelle al sud, dietro l’illusione di un “reddito” da non lavoro per tutti. E’ stata dunque proposta la lettura di un settentrione dalla storica attitudine industriale e, viceversa, di un sud con sacche di assistenza e un clima favorevole per una grande produzione agricola. Al Centro non c’è né la vocazione industriale né quella agroalimentare e in alcune regioni la crisi ha creato un “distacco”: il numero di imprese manifatturiere si è ristretto lasciando un vuoto riempito a fatica da settori con la stessa intensità di lavoro ed export, tipo il turismo. Facendo un confronto geografico nel 2016 il valore aggiunto dell’industria in senso stretto nel Centro è aumentato dello 0,8 per cento (contro il 3,4 per cento del sud, lo 0,9 per cento del nord ovest, l’1,1 del nord est e l’1,3 nazionale). Nelle Marche lo smottamento è vistoso. Unioncamere nel 2015 affermava che nei cinque anni precedenti il sistema produttivo marchigiano è stato rivoluzionato dalla crisi perdendo 7.872 aziende, pari al 4,9 per cento di quelle in attività: il ridimensionamento ha colpito l’agricoltura ma anche l’edilizia e il manifatturiero falciando comparti tradizionali quali meccanica, mobile e calzaturiero. Da circa due anni il marchio di scarpe Tod’s di Diego Della Valle fatica a guadagnare. Il balzo del turismo è solo un parziale conforto per la regione. Il Lazio ha una forte vocazione manifatturiera nel settore farmaceutico e, pur con un aumento delle nuove imprese iscritte alle Camere di commercio e un’alta capacità di esportazione, resta una regione legata soprattutto al terziario e al settore pubblico delle istituzioni locali. Le zone di Rieti e di Frosinone sono, ad esempio, considerate “aree di crisi complessa” dal Ministero dello Sviluppo economico e sono oggetto di programmi di reindustrializzazione assistita per tentare di attrarre nuove iniziative imprenditoriali. E’ puntellata da crisi industriali incistate la Toscana, che pur agganciata all’orbita del triangolo lombardo-triveneto, ha sostanzialmente perso la siderurgia di Piombino per un decorso di crisi a lungo male gestito da politica locale e nazionale.

  

Allargando lo sguardo a indicatori di lungo periodo come quelli demografici le regioni dell’Appenino centrale, compreso il Molise, sono quelle a più forte tasso di mortalità con una popolazione strutturalmente anziana. L’Umbria ha numeri da profondo sud per quanto riguarda le pensioni di invalidità, per cui vengono staccati oltre 50 mila assegni, e un cittadino su cinque è pensionato. Le regioni del Centro al contempo accolgono più immigrati di tutte con 5,7 neocittadini ogni mille residenti; la combinazione dei due fattori cambierà i connotati della popolazione nel tempo. La “voragine” che si nota non è tanto economica, in quanto si tratta semmai di una situazione di stallo e della necessità di plurime riconversioni aziendali. Il vuoto è piuttosto nell’attenzione verso un’area che non vanta illustri osservatori del meriodianalismo o del nordismo ma che meriterebbe maggiore interesse da parte di centri studi e istituzioni. Se non altro per accorgersi se mai il terreno dovesse cedere di colpo.

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