Perché una politica ridicola può sprecare una ripresa molto seria

Marco Fortis

Il sistema economico italiano è un po’ come un’auto con un buon motore (le imprese), che ha saputo molto rinnovarsi con gli anni diventando sempre più competitivo (in particolare nella manifattura), ma con nel baule una enorme zavorra (il debito pubblico), che non solo ci rallenta ma ci fa pure molto sbandare in curva. Per cui necessitiamo assolutamente di piloti prudenti ed esperti alla guida del governo dell’economia.

  

L’ultima crisi ha dimostrato in modo inequivocabile che il debito è gestibile solo con un delicato equilibrio tra rigore e crescita. Equilibrio significa che generare avanzi primari dello Stato troppo elevati mediante aumenti di tasse o tagli di spesa per ridurre il debito può produrre recessione peggiorando così paradossalmente lo stesso rapporto debito/pil anziché migliorarlo. Equilibrio significa però anche che, all’opposto, non si può spingere troppo sul deficit perché il debito andrebbe nuovamente fuori controllo. Le due cose sembrerebbero lapalissiane se non che nel dibattito si sentono avanzare le teorie più curiose.

  

Lasciamo pure da parte le promesse populiste della campagna elettorale per conseguire una crescita miracolosa o attenuare il disagio sociale (dalla flat tax al 15 per cento al reddito di cittadinanza alla abolizione della legge Fornero), promesse che non solo appaiono irrealizzabili ma si scontrerebbero subito frontalmente con la punizione dei mercati e gli strali dell’Europa. Ma è realistico, come pensano alcuni, che si possa realizzare un avanzo primario dello Stato tra il 3-4 per cento e nello stesso tempo conseguire una crescita del pil uguale o superiore a quella attuale? Alcuni economisti ed esponenti politici sono talmente convinti che il pil italiano possa tornare ad aumentare oltre il 2 per cento o addirittura al 3 per cento annuo da aver recentemente affermato che la ripresa che si è vista sinora è stata “ridicola”. Eppure, sono anni che l’Italia non cresce più al 2-3 per cento ed è difficile che possa riuscirci ora in virtù di non si sa bene quale fantasioso piano economico, anche perché non è più possibile utilizzare la spesa pubblica come in passato bensì si può crescere ormai principalmente con i consumi privati, con gli investimenti in macchinari e, in misura assai minore, con l’export (che va forte ma è controbilanciato dall’import). A meno che l’Europa non sblocchi finalmente la possibilità di escludere dai vincoli di bilancio gli investimenti infrastrutturali, in reti e tecnoscienza.

    


    

Crescita dei consumi privati pro capite nei primi dieci grandi paesi dell'Unione europea per più alto pil pro capite (misurato nel 2017) (valori concatenati, anno 2010; variazioni % rispetto all'anno precedente)  

  


   

Le statistiche storiche dell’Eurostat ci dicono poi che la ripresa di cui ha goduto l’Italia nel triennio 2015-2017 è stata tutt’altro che “ridicola”. Si considerino, infatti, i dieci grandi paesi dell’Unione europea con il più alto pil pro capite misurato nel 2017. Si tratta, nell’ordine, di: Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Austria, Finlandia, Belgio, Regno Unito, Francia e Italia (sono esclusi i piccoli e poco significativi Lussemburgo e Irlanda). E si prendano in esame gli ultimi venti anni (1998-2017) e due indici di crescita: il pil pro capite e i consumi privati pro capite. Il primo elemento che balza all’occhio è che, a parte due terzi posti conseguiti nei lontani 2000 e 2001, l’Italia ha collezionato nei diciassette anni tra il 1998 e il 2014 solo magrissime figure nella classifica della crescita del pil pro capite dei dieci più ricchi paesi Ue: nove volte ultima; tre volte penultima; tre volte terzultima. Nel 2015-2017 invece è stata quarta, settima e sesta. Ma quel che è più importante è che il divario di crescita con il paese di riferimento, la Germania, si è fortemente ridotto rispetto ai precedenti dieci anni in cui era stato mediamente del 2,4 per cento annuo a favore dei tedeschi: infatti, nel 2015 il pil pro capite italiano è addirittura cresciuto di un decimale in più di quello tedesco (più 1 per cento contro 0,9 per cento); nel 2016 di appena un decimale in meno (più 1 per cento contro più 1,1 per cento); e nel 2017 di due soli decimali in meno (più 1,6 per cento contro più 1,8 per cento). Il tutto senza che l’Italia abbia fatto spesa pubblica mentre la Germania sì.

  

La ripresa italiana nel triennio 2015-2017 è stata poi ancora più importante se misurata in base alla crescita dei consumi privati pro capite. Infatti, nei diciassette anni precedenti il nostro paese aveva collezionato nella classifica delle dieci più ricche grandi economie Ue pessimi posizionamenti per crescita della spesa per abitante. L’Italia era stata: quattro volte ultima; due volte penultima; quattro volte terzultima; quattro volte quartultima; una volta quintultima: soltanto una volta quinta. Nel 2015, invece, l’Italia è stata prima (con un più 2 per cento); terza nel 2016 (più 1,6 per cento); e nuovamente prima nel 2017 (più 1,5 per cento), facendo registrare il più forte progresso cumulato nel triennio (più 5,2 per cento). Dunque, se dal caos politico conseguente alle elezioni del 4 marzo dovessero scaturire delle nuove scelte economiche pasticciate o con il deficit in crescita tali da pregiudicare questa ripresa tutt’altro che “ridicola” (e ottenuta con il deficit virtuosamente in calo) avremo sicuramente da rimpiangerla amaramente.

  


  

Fonte: elaborazione Fondazione Edison su dati Eurostat    

 


 

La solidità della ripresa in corso appare confermata anche nel 2018 da alcuni primi indicatori, che pure registrano un certo rallentamento della congiuntura in Italia e in Europa. Nei primi due mesi dell’anno l’aumento tendenziale della produzione industriale italiana corretta per il calendario è stato rispetto ai mesi finali dello scorso anno un po’ meno vigoroso (più 3,4 per cento rispetto al primo bimestre 2017) ma resta il secondo più forte tra le cinque maggiori economie Ue appena dopo la Germania (più 3,7 per cento), davanti a Francia (più 2,4 per cento), Regno Unito e Spagna (entrambe più 1,7 per cento). Nell’export, invece, l’Italia (più 7 per cento) ha preceduto per crescita nel primo bimestre 2018 la Germania e la Francia (entrambe più 6 per cento), la Spagna (più 2 per cento) e il Regno Unito (meno 1 per cento). L’abbrivio di cui gode il nostro paese grazie alle politiche economiche del “sentiero stretto” imboccato dagli ultimi governi è quindi ancora significativo. Speriamo che non venga pregiudicato nei prossimi mesi di quest’anno o nel 2019 da una prolungata crisi politica o, peggio, dalle “autostrade del disavanzo” promesse dai partiti usciti vincenti dalle ultime elezioni.

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