L’Italia e la realtà apparente dell’Ocse

Secondo l’Ocse, l’Italia soffre di squilibri di distribuzione della ricchezza e avrebbe bisogno di un’imposta patrimoniale. L’Ocse ha autorevolezza accademica, ma ogni tanto sbaglia nelle conclusioni empiriche (ha sempre sottostimato il dinamismo dell’economia americana). Lo studio “The role and design of net wealth taxes” esamina sei paesi a suo dire confrontabili: Australia, Canada, Italia, Paesi Bassi, Stati Uniti e Regno Unito, e nota che tranne i primi due la ripresa ha beneficiato soprattutto il 10 per cento della popolazione più ricca. Da qui l’idea di tassare i patrimoni per redistribuire il reddito. Il problema è che l’Italia non è, diciamo, i Paesi Bassi.

 

I dati sulle denunce dei redditi 2016 dimostrano che il 44,9 per cento dei contribuenti pari al 62 per cento della popolazione, dichiara reddito zero o poco più, ottenendo lo stesso welfare sanitario, assistenziale e previdenziale degli altri. Il sud versa imposte dirette che vanno da 1/3 alla metà del nord, ricevendo il doppio di fondi pubblici. Ma secondo i dati 2017 dell’Agenzia delle entrate, possiede il 10,6 per cento del valore immobiliare, un decimale più del nord-est, appena 2,9 punti meno del nord-ovest. Regioni apparentemente prive di reddito come Campania e Sardegna hanno valori immobiliari catastali (che tenendo conto del costo della vita valgono ancora di più) superiori al Veneto, rispettivamente di un terzo e due terzi. In compenso “vantano” una produttività privata e nei servizi pubblici inesorabilmente inferiore. Più che a diseguaglianze sociali siamo di fronte a clamorose distorsioni dello stato assistenziale, che generano la realtà apparente vista dall’Ocse. Per correggerla non serve la patrimoniale (che magari verrebbe evasa come l’Irpef), ma meno assistenza e più produzione, cioè redditi veri.

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