Così i Pir hanno rianimato l’Aim Italia e reso più sexy piazza Affari

Mariarosaria Marchesano

Milano. "Se non fosse per l’Aim, piazza Affari sarebbe di una noia mortale. E se non fosse per i Pir, l’Aim sarebbe già defunto”. La battuta è colta davanti all’affollatissimo buffet per investitori, consulenti e advisor accorsi lunedì 9 aprile a palazzo Serbelloni per festeggiare i 10 anni della nascita in Italia dell’Alternative investment market sul modello dell’omonimo londinese, fiore all’occhiello del London Stock Exchange che ne è proprietario. Il paragone tra i due circuiti finanziari dove si quotano le piccole imprese ci dice che quello italiano (98 aziende) vale appena un decimo del cugino inglese (973). Ma non c’è da sorprendersi viste le differenze tra le borse di Londra e Milano.

 

Il punto è un altro: l’Aim Italia viene oggi festeggiato in pompa magna (l’evento promosso da Ambromobiliare e 4Aim Sicaf ha anticipato le celebrazioni che vi dedicherà in futuro Borsa Italiana) perché è l’artefice di una inattesa rinascita di piazza Affari in termini di numero di operazioni, capacità d’innovazione e attrattività per gli investitori. Una rinascita che consente all’Italia di tenere il passo (anche se in coda) con le altre borse europee dove si registra un exploit di ipo nel primo trimestre del 2018 secondo un report di Pwc appena pubblicato.

 

Eppure, fino allo scorso anno l’Aim era il ranocchio e l’Mta (il listino principale) e lo Star (quello per le aziende di medie dimensioni) erano i principi, le piattaforme “nobili” su cui tutte le aziende ambivano a sbarcare. Poi sono arrivati i Pir, i piani individuali di risparmio, la cui normativa obbliga chi li gestisce a investire una quota della raccolta nelle piccole aziende, e come spiega al Foglio.it l’economista della Bocconi Maurizio Dallocchio, “l’aiutino” offerto dal governo si è trasformato nella pozione magica. Una trasformazione che riserverà ancora delle sorprese. “Prevedo un raddoppio delle attuali dimensioni nel giro di 12 mesi”, dice Dallocchio, che ricorda come, negli anni Novanta, quando era a capo dell’Audit Committee della Banca europea degli investimenti, l’atteggiamento dell’Italia fosse molto più conservativo mentre gli altri paesi già cominciavano a far defluire il risparmio privato verso il sostegno delle economie nazionali.

 

Risultati straordinari sono stati raggiunti in meno di un anno e, a quanto si apprende, hanno sorpreso gli stessi operatori. Secondo i dati forniti dalla società 4Aim Sicaf presieduta da Giovanni Natali, “il contesto normativo dei Pir ha avuto come effetto il chiaro aumento della liquidità del mercato Aim Italia, con un controvalore a fine 2017 cresciuto di oltre 6 volte rispetto all’intero 2016”. Alla fine di marzo del 2017 la capitalizzazione dell’Aim era di 3,6 miliardi e su questo mercato operavano al massimo 8-10 investitori, un club ristretto di soggetti. Oggi la capitalizzazione è più che raddoppiata a 6,5 miliardi e gli investitori sono diventati una quarantina, con una buona presenza estera. Inoltre, solo nel 2017 ci sono state 24 nuove Ipo sull’Aim con una raccolta pari a 1,3 miliardi, che equivale a quanto è stato capace di attrarre questo listino da quando ha cominciato effettivamente a operare, cioè dal 2009.

 

Insomma, esiste un Aim prima dei Pir e un Aim dopo i Pir e su questo punto sembrano tutti d’accordo, anche se qualche critica si coglie, soprattutto negli ambienti dei nomad (cioè i consulenti che accompagnano le società durante la fase di ammissione), sull’eccessiva presenza delle Spac, le società veicolo che si quotano come scatole vuote e che starebbero rubando la scena – perché in grado di drenare parecchia liquidità e occupare buona parte del flottante - ad aziende manifatturiere e tecnologiche (su 13 Spac esistenti sull’Aim, 8 sono sbarcate nel 2017 attratte proprio dai soldi dei Pir).

 

Ma come ricorda Dallocchio di capitali ce ne saranno in abbondanza e il successo delle Spac, dovuto anche alla credibilità dei manager che le hanno promosse (solo quella di Corrado Passera ha raccolto 600 milioni di euro) contribuisce non poco al nuovo sex appel. Per il resto l’Aim Italia resta sostanzialmente un mercato dedicato alle pmi, con i tre quarti delle quotate che hanno un fatturato inferiore a 50 milioni (finanza, media ed energie rinnovabili i settori più rappresentativi). “La previsione di raddoppio per il prossimo anno si basa proprio sulla scarsa presenza in Borsa delle piccole aziende rispetto a quelle di grandi dimensioni. Ma proprio questo vuol dire che esistono ampi margini di crescita. Del resto, negli Stati Uniti, per esempio, il Nasdaq, e prima ancora l’Amex, sono stati i grandi poli di accentramento proprio di pmi da cui sono nate storie straordinarie”, dice l’economista. E il rischio bolla, che molti paventano? “Tutti gli operatori sanno fin troppo bene che non c’è nulla di peggio di una bolla per depotenziare l’Aim. E’ chiaro che la reputazione di un listino si mantiene con un approccio selettivo nei confronti delle aziende che si devono presentare con un progetto credibile su cui vale la pena investire i risparmi degli italiani”.

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