Uber contro tutti. Tutti contro l'innovazione

Maria Carla Sicilia

Le controversie legali tra i nuovi e i vecchi modelli di mobilità sono arrivate nuovamente davanti alla Corte di Giustizia europea che, con una sentenza pubblicata oggi, ha definito Uber una società di trasporto e non digitale. I giudici del Lussemburgo aprono così alla possibilità che ogni stato europeo intervenga in autonomia per regolamentare i servizi di ride sharing perseguendo anche penalmente le imprese che li offrono.

  

Nel caso specifico la Corte è stata chiamata a intervenire sulla contesa tra Uber e una norma francese che impedisce il servizio di UberPop, quello che mette in contatto autisti non professionisti (quindi senza licenza) con persone che cercano un passaggio. Secondo Uber France la legislazione in questione doveva essere segnalata a Bruxelles prima di entrare in vigore, come succede con le leggi nazionali che interferiscono con le attività delle società tecnologiche. Obiezione respinta dalla Corte che escludendo Uber dal perimetro delle imprese digitali ha dichiarato come i singoli stati "possono vietare e reprimere l'esercizio illegale di un'attività di trasporto come quella esercitata tramite UberPop senza dover previamente notificare alla Commissione il progetto di legge che stabilisce il divieto e le sanzioni penali per tale esercizio".

  

Non è la prima volta che la Corte di Giustizia europea si esprime nel merito. A dicembre aveva già tratto una conclusione analoga, rispondendo a una controversia segnalata dalla Spagna in seguito alla denuncia di un sindacato di tassisti di Barcellona: in quanto società di trasporto, Uber deve tenere conto degli obblighi sindacali nei confronti dei conducenti e di quelli corporativi, ottenendo le licenze che servono per vendere servizi di trasporto. Di recente nuove manifestazioni contro Uber sono state organizzate dai tassisti in Grecia e in Indonesia, ma sono solo gli ultimi episodi di una lunga lista di scioperi. 

  

I due casi della Corte Ue riferiti a Uber creano precedenti significativi. La compagnia di San Francisco non è l'unica a lavorare come piattaforma che mette in contatto passeggeri e conducenti. Buona parte del settore dei trasporti è messo alla prova dall'ingresso di aziende che promuovono la sharing mobility e scardinano le certezze dei vettori tradizionali, non solo i tassisti. I passeggeri sembrano apprezzare. La settimana scorsa, mentre i dipendenti dell'azienda pubblica francese dei treni Sncf scioperavano contro la privatizzazione del settore ferroviario, le app di mobilità producevano utili. Durante il “martedì nero” Blablacar ha registrato un numero di corse tre volte superiore a quello di un qualsiasi martedì. Il suo nuovo servizio per la condivisione di corse brevi in città, BlaBlaLines, ha avuto 10mila iscrizioni in 48 ore e un traffico dieci volte superiore al solito. Anche Uber France e il suo concorrente francese Chauffeur Privé hanno guadagnato passeggeri, dichiarando un incremento delle corse del 30 per cento. Nonostante le beghe legali, i numeri dicono che la mobilità condivisa e accessibile dalle piattaforme digitali piace ai passeggeri. Considerare queste imprese società di trasporto potrebbe essere l'occasione per immaginare una liberalizzazione del settore, rivedendo i Trattati europei che lo regolano per permettere l'accesso nel mercato delle nuove forme di mobilità. 

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