La paura delle “invasioni” fa risorgere la Lega nei distretti industriali del nord

Marco Fortis

I risultati della Lega nelle ultime quattro elezioni politiche evidenziano un clamoroso andamento a montagne russe ben visibile su base nazionale, ma che appare ancora più nitido nel cuore del mondo manifatturiero del Nord. Cioè in quei distretti industriali che, come ha insegnato Giacomo Becattini, non sono soltanto dei semplici soggetti produttivi ma entità socio-territoriali più complesse, caratterizzate da un forte spirito identitario. Sicché in questi luoghi così sensibili alle minacce esterne la Lega ha saputo interpretare in epoche diverse due grandi nuove paure della popolazione: dieci anni fa la Cina, oggi l’immigrazione.

  

Quando la Cina è entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio agli inizi dello scorso decennio i primi ad essere investiti dalla contraffazione, dalla concorrenza asimmetrica e dai dumping di Pechino (incluso quello valutario a danno dell’euro) sono stati proprio i distretti italiani del tessile-abbigliamento, del calzaturiero, delle piastrelle, dei mobili e della rubinetteria. In quegli anni il mondo della politica italiana, gli intellettuali e persino molti industriali di successo predicavano che la Cina era una “grande opportunità” per la vendita di prodotti italiani. Considerando che tale opportunità ha appena cominciato a materializzarsi negli ultimissimi tempi, figuratevi nel 2001-2008... A quell’epoca imprenditori e operai invece mugugnavano ai convegni quando Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta, presentando il libro del loro viaggio nei distretti industriali, invitavano le piccole e medie imprese italiane a cogliere i vantaggi dell’apertura del mercato cinese. Al popolo dei distretti sembrava che i politici vivessero proprio su un altro pianeta: parlavano di un ipotetico Shangri-La futuro per il nostro export mentre le fabbriche chiudevano o dovevano essere delocalizzate in Romania per sopravvivere.

 

A quell’epoca la sinistra italiana perse irrimediabilmente molti consensi al Nord. Non seppe interpretarne le paure, cosa che fece invece molto bene la Lega di Umberto Bossi e insieme ad essa, dentro Forza Italia, Giulio Tremonti, il quale partecipava persino ai sit-in dei calzaturieri con i cartelli in mano sotto il palazzo della Commissione Europea per chiedere l’applicazione di dazi anti-dumping contro la Cina. Dazi allora più che giustificabili perché i dumping asiatici erano evidenti e punibili in base al diritto internazionale. Tanto che i calzaturieri italiani alla fine li ottennero da Bruxelles contro le scarpe cinesi e vietnamite. Non solo. La moda italiana riuscì a far introdurre quote temporanee sull’import europeo di tessile-abbigliamento dalla Cina. Ed anche i produttori di piastrelle riuscirono a fare approvare dei dazi anti-dumping sulle piastrelle cinesi.

 

 

Dopo quasi dieci anni di sofferenze e di solitudine di fronte all’“invasione” cinese, alle elezioni del 2008 i piccoli imprenditori e gli operai del nord votarono in massa per la Lega. La Lega raddoppiò all’incirca i propri voti alla Camera rispetto alle precedenti elezioni politiche del 2006 nei comuni dei principali distretti industriali, superando quasi ovunque il 35-40 per cento nel nord est e il 20-30 per cento al nord ovest (ne scrissi sul Sole 24 Ore del 16 aprile 2008, “Nei distretti l’onda del Carroccio”). Ma negli anni successivi, caratterizzati anche da vari scandali, da episodi di cattiva amministrazione e dal declino di Bossi, la Lega non fece praticamente nulla per le imprese contro i dumping asiatici. Gli imprenditori, di fatto, presero le misure alla concorrenza cinese con i soli propri mezzi o grazie alle battaglie a Bruxelles delle loro associazioni settoriali. Sicché alle politiche del 2013 gli elettori dei distretti abbandonarono la Lega facendola precipitare alle percentuali del 2006.

 

Il 2018 ha ora riproposto con eguale forza il canovaccio del 2008. La Lega di Salvini è risorta come l’Araba Fenice dalle ceneri e ha di nuovo raddoppiato i propri voti nei maggiori distretti industriali italiani rispetto al 2013 o addirittura ha fatto meglio del 2008, raggiungendo ulteriori massimi storici, spesso intorno al 40-45 per cento nel nord est e oltre il 30-35 per cento nel nord ovest. Questa volta, diversamente dagli anni dell’“invasione cinese”, i governi di centro-sinistra non hanno lasciato sole le imprese, che, anzi, mai come con i governi Renzi e Gentiloni hanno ottenuto tagli di tasse ed incentivi per assumere, investire, fare ricerca e uscire dalla crisi. Tuttavia, come nel 2008 i distretti industriali hanno nuovamente “punito” il Pd e premiato la Lega. Non solo per la solita sbandierata chimera dei dazi, oggi non più proponibili, o per la manifesta vicinanza di Salvini alla Russia boicottata dall’occidente a danno dei nostri esportatori. Ma soprattutto sulla base di una nuova paura della gente: quella dell’immigrazione. Resta da vedere se governare questa paura sarà sufficiente alla Lega per non deludere nuovamente imprese e operai del nord come nel 2011-2013, magari trascinandoli in una nuova crisi dentro o, peggio, fuori dall’Europa.

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