Da Telecom a tutte le aziende da salvare. La scia della Cdp grillina

Ugo Bertone

Milano. “L’ingresso della Cdp sarebbe il miglior suggello al recupero di un ruolo di Tim in coerenza con la politica industriale del paese”. Così si auguravano lo scorso settembre, in una lettera aperta al Corriere della Sera, un manipolo di manager della vecchia Telecom capitanati da Vito Gamberale, in azienda fin dai tempi in cui si chiamava Sip. Per lui, oggi alla guida di Quercus, un fondo specializzato in energie rinnovabili, il ritorno dello Stato nelle tlc è da sempre un’ossessione, al punto da presentarsi in Parlamento, in occasione di una delle tante audizioni sul destino delle tlc, con un grafico che illustrava la presenza della Caisse des Depots transalpina in Orange (ex France Telecom), pari al 13,44 per cento, e della tedesca Kfw, forte del 17,4 per cento In Deutsche Telekom.

 

Il destino ha voluto che il sogno del boiardo di Stato (uno dei padri della telefonia mobile) fosse destinato a diventare realtà in uno dei momenti all’apparenza più confusi della vita repubblicana, ma in cui populisti e internettari hanno riscoperto il fascino dello Stato padrone, come aveva correttamente intuito Amos Genish, il ceo che dovrà condurre la battaglia contro Elliott, il fondo attivista che si ripromette di cacciare i francesi dalla guida dell’ex monopolista. “La realtà – ha detto il manager nella recente intervista al parigino Les Echos – è che gli italiani non hanno ancora digerito la privatizzazione di Telecom imposta dalla Ue vent’anni fa”. E quando questo mal di pancia si è combinato con la diffidenza verso l’ennesimo intervento francese (“sono stati malaccorti in certe occasioni” dice di Vivendi Genish, sottolineando che lui è israeliano) è scattata un’alleanza inattesa tra il fondo activist si New York, e l’asse Lega-Cinque stelle. Anche se, a ben guardare, a rappresentare Elliott in Italia è Paolo Scaroni, che vanta pure lui una lunga militanza nell’industria di Stato.

 

Ha un sapore antico, insomma, l’asse che si propone di ridar smalto all’italianità di Telecom e di garantire il ruolo dello Stato nella Rete. Ma è viva l’impronta originaria di Gianroberto Casaleggio, fondatore dei Cinque stelle ma anche di WebEgg, la società di consulenza finita in Telecom da cui si dimise nel 2003 “non condividendo la politica commerciale e gestionale”. Pochi anni dopo le assemblee di Telecom sono diventate il palcoscenico di memorabili show di Beppe Grillo contro la “privatizzazione che ha di fatto spogliato l’azienda. Bastava fare analisi da ragioniere e io, che sono ragioniere, le ho fatte: presunti manager con le pezze al culo hanno indebitato l’azienda”. E giù invettive contro il “Tronchetto della felicità” e gli altri che “si sono mangiati tutto” al punto da auspicare che “l’azienda sia venduta a uno straniero prima che sia spolpata del tutto”.

 

Ma non è andata così. E oggi Davide Casaleggio può suggerire di adottare, in Telecom come altrove, la ricetta francese senza i francesi. A Parigi, ha spiegato, “la razionalizzazione è stata portata avanti grazie alla creazione della Banca Pubblica di investimento” mentre “è stata fatta un’opera di moral suasion sulle grandi aziende”. Ma di loro non abbiamo bisogno perché “abbiamo le soluzioni per finanziare l’innovazione”. Sovranisti, populisti, statalisti? Un po’ di tutto questo, ma con la benedizione di alcuni campioni dell’Italia di sempre. A partire da Giuseppe Guzzetti, titolare per conto dell’Acri del 15 per cento della Cdp che si accinge a replicare il modello Telecom in altre partite aperte: Alitalia, innanzitutto. Ma anche l’Ilva, il polmone dell’acciaio necessario per far marciare la manifattura italiana. Senza dimenticare le altre partite più piccole, vedi Embraco, dove potrebbero tornare utili i capitali ma anche la moral suasion di Stato (per ora se ne occupa Invitalia). Come in passato, quando più volte ci siamo affidati allo Stellone (di bandiera).

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