“Attenti, la compiacenza dei mercati verso l’Italia non sarà eterna”

Alberto Brambilla

Roma. Lorenzo Bini Smaghi non è sorpreso dalla “compiacenza” dei mercati finanziari dopo l’esito delle elezioni che hanno consegnato la maggioranza dei seggi parlamentari alla combinazione di partiti euroscettici, la più temuta dagli analisti alla vigilia della contesa, ma dice che la pazienza potrebbe non durare a lungo. “I mercati si risvegliano lentamente – dice al Foglio il presidente di Société générale ed ex membro del board della Banca centrale europea – ma poi è difficile che si riaddormentino. Per ora siamo nella fase di osservazione e si aspetta di vedere quali saranno le misure concrete di un governo che ancora non c’è”.

 

“Se non ci sono azioni di governo non ci sono reazioni dai mercati finanziari. Ma quando si sveglieranno sarà difficile farli riaddormentare”, dice il presidente di Société générale. “Intanto non vorrei che per via dello stallo politico ci trovassimo a non prendere posizione in Europa per paura che venga cambiata in seguito”

All’indomani delle elezioni molti osservatori si aspettavano turbolenze, ma successivamente una pioggia di rapporti delle banche d’affari e case d’analisi ha tranquillizzato gli operatori in quanto uno stato di incertezza politica per l’Italia, in fondo è la normalità. E soprattutto perché le promesse costose di Lega (flat tax) e del Movimento 5 stelle (reddito di cittadinanza) sono difficili da mantenere. Bini Smaghi analizza la situazione mettendosi dalla parte del mercato, quindi senza indugiare in previsioni. “I mercati finanziai basano le loro valutazioni sulle intenzioni di governo. Penso che aspettano di vedere se c’è una formazione e quale sarà il programma. Diciamo che i contenuti dei programmi elettorali, essendo stati così fantasiosi, forse non vengono considerati come la base di un programma di un futuro governo. Inoltre il fatto che nessuno ha veramente vinto, almeno come primo impatto, fa pensare che le misure estreme non ci saranno perché comunque ci sarà un compromesso”. Una posizione non eccentrica nell’alta finanza, già esposta ad esempio da Paolo Scaroni a Bloomberg il 5 marzo, all’indomani delle elezioni, quella per cui governo che non fa è anche governo che non disfa. E sia Matteo Salvini sia Luigi Di Maio vorrebbero abolire la riforma pensionistica di Fornero che costerebbe oltre 100 miliardi. Lo spread tra i titoli decennali italiani e quelli tedeschi è stato, dal 2011, l’indicatore principale per valutare il nervosismo dei mercati. Alla vigilia elettorale un campione di analisti sentiti da Bloomberg prevedeva un balzo dello spread (da 150 a 300 punti) in caso di avvicinamento tra Lega e 5 stelle per formare un governo. Il balzo non c’è stato, l’avvicinamento nemmeno, almeno per ora. Ma stiamo guardando l’indicatore sbagliato? Lo spread non ha più valore segnaletico? “Gli acquisti della Banca centrale europea hanno una funzione calmante, e continueranno almeno fino a settembre. Direi che lo spread da guardare non è quello nei confronti della Germania. Dobbiamo guardare agli spread all’interno della periferia dell’area euro. Il differenziale con Spagna e Portogallo è aumentato di 20 e 40 punti base negli ultimi mesi, significa che già ci sono dei posizionamenti. E ci sono anche posizioni ribassiste su tutta l’Europa con le differenze più forti all’interno della periferia. Per il momento però andare contro la Bce è costoso”. Ci sono altri segnali di turbolenze possibili. Ad esempio BlackRock, maggiore fondo mondiale di investimenti, che svaluterà i titoli di stato italiani. “Quando si parla di debito dobbiamo ricordare che per tre quarti è in mani italiane. L’Italia ha un saldo di partite correnti positivo, una situazione ben diversa dal 2011. Se i risparmiatori italiani continuano a sottoscrivere titoli di stato e non li vendono non ci sono problemi”, dice Bini Smaghi.

 

Lega e Movimento 5 stelle vorrebbero sforare il vincolo europeo che fissa il rapporto deficit/pil al 3 per cento, ovvero una delle sbarre di quella “gabbia” che contiene i partiti populisti. Non è sorprendente che lo dicano, tuttavia per la prima volta sarebbe in controtendenza rispetto agli altri paesi europei. La Francia è appena rientrata, dopo anni di indisciplina. “Tutti sono in linea. Se si aprisse una procedura per disavanzo eccessivo saremmo l’unico paese a in quella situazione. Mentre prima c’erano anche Francia e Spagna”. Ultimamente entrambi i partiti hanno rivisto posizioni anti europeiste – al punto che il partito di Emmanuel Macron En Marche! in Europa potrebbe aprire ai 5 stelle per le elezioni europee 2019. La propaganda antieuropeista, al pari delle proposte di politica economica, risulta non credibile. “Mi pongo dal punto di vista degli investitori: penso che i mercati siano molto pragmatici. Si è visto tante altre volte campagne elettorali che hanno come vero obiettivo il cambiamento della classe dirigente, anche se viene usata una narrativa estrema, che poi cambia quando si va al governo. Quello che si è detto in campagna elettorale non rappresenta una pregiudiziale per i mercati. Un’interferenza di altri paesi o dei mercati sarebbe, appunto, un’interferenza. Certo lo stallo non può durare a lungo, se i mercati si svegliano, poi non si riaddormentano facilmente”. Il tempo è fattore critico per ragioni internazionali – una flessione della crescita mondiale dopo anni di espansione su tutti – e ragioni interne. “Ci sono delle scadenze: la finanziaria a metà ottobre, entro la fine dell’anno si arriverà a un accordo europeo, discusso in sede Ecofin e al Consiglio, sulla riforma delle istituzioni finanziarie e l’Unione bancaria. Magari sarà un accordo al ribasso ma i paesi del nord hanno stilato delle proposte. Per l’Italia è importante avere oggi una posizione da portare in Europa che non venga poi cambiata dal prossimo governo. Non vorrei che per questo motivo, in questa fase, ci trovassimo a non prendere alcuna posizione proprio per paura che venga cambiata. Bisogna portare al tavolo negoziale europeo delle posizioni che siano rappresentative degli interessi del paese, condivisi anche dai partiti che hanno vinto le elezioni”. In conclusione, dice Bini Smaghi, siamo in una “fase di relativa tranquillità” ovvero di “compiacenza dei mercati che non va presa come un alibi politico perché i risvegli bruschi sono possibili, possono avvenire con un’asta di titoli pubblici insoddisfacente o con montanti turbolenze di Borsa: non si può far nulla troppo a lungo”.

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