Nell'economia di Di Maio lo stato è onnisciente e gli agenti economici idioti

Luciano Capone

In questa fase post elettorale si sta discutendo molto sulla natura del M5s. La vittoria e il battesimo del consenso sembrano aver lavato ogni critica sull’irrealizzabilità o la dannosità delle promesse elettorali. All’improvviso, a poche ore dai risultati, per tanti pezzi dell'establishment il partito guidato da Luigi Di Maio ha imboccato una “svolta moderata”, quasi degasperiana, addirittura “europeista”, diventando una specie di alleato naturale della sinistra e del Pd contro il centrodestra di Matteo Salvini. In questo contesto la pubblicazione sul Blog del M5s del programma sul lavoro, scritto dall’economista e ministro-ombra del Lavoro Pasquale Tridico, è un grande segnale di chiarezza. Dimostra che il M5s non è affatto un partito “moderato” e che la sua proposta è molto di sinistra, ma di quella sinistra contro cui la sinistra riformista si è scontrata negli ultimi 20 anni. Pertanto il Pd potrà anche stringere un accordo con il M5s, ma dovrà rinnegare la sua storia e la sua identità: “Alla base del nostro declino economico non ci sono solo le politiche di austerità ma anche la precarizzazione del posto di lavoro – scrive Tridico –. La stagione del lavoro flessibile è iniziata con il pacchetto Treu del 1997 ed è proseguita fino al Jobs Act”.

 

Per ribaltare le riforme degli ultimi 20 anni, il M5s indica cinque punti. Il primo è il reddito di cittadinanza, attraverso cui lo stato dà a chi è sotto la soglia di povertà un reddito di circa 800 euro al mese e successivamente, attraverso i centri per l’impiego, gli cerca una proposta di lavoro che però sia “equa e vicina al luogo di residenza” e che comunque il disoccupato può rifiutare per due volte senza perdere il sussidio. Le coperture, che in campagna elettorale Di Maio dichiarava essere certe e certificate, si scopre che adesso non ci sono: il reddito di cittadinanza verrà finanziato con un trucco contabile (come spiega qui Mario Seminerio), in sostanza a debito. Il secondo punto sono “gli investimenti produttivi dello stato nei settori a più alto ritorno occupazionale” per creare quei posti di lavoro da offrire a chi percepisce il reddito di cittadinanza, a cui si andrebbe ad aggiungere una “Banca pubblica di investimento” che eroghi credito agevolato per stimolare gli investimenti privati. Il terzo punto è un salario minimo orario, ma il livello – che è determinante per capire che tipo di impatto possa avere sulla disoccupazione e sul lavoro nero – non viene indicato. Il quarto punto è un “Patto di produttività programmato tra lavoratori, governo e imprese” per concertare come e in quali settori rilanciare salari, produttività e investimenti. Infine il quinto punto: la robotizzazione, “una sfida che non va lasciata alla schizofrenia del mercato, ma gestita politicamente” attaverso “la riduzione dell'’orario di lavoro a parità di salario, in modo da aumentare l’occupazione”.

 

In sostanza nella visione del M5s c’è un protagonista assoluto: lo stato, che è il primo motore immobile dell’economia e del mercato del lavoro. Lo stato distribuisce le risorse attraverso il reddito di cittadinanza; lo stato cerca il lavoro attraverso i centri per l’impiego; lo stato crea il lavoro attraverso gli investimenti pubblici; lo stato fa il banchiere erogando credito agevolato attraverso la Banca pubblica di investimento; lo stato decide i settori in cui investire e quale tecnologia usare gestendo “politicamente” la robotizzazione; lo stato stabilisce il prezzo e la durata del lavoro. Cittadini, lavoratori e imprese non rispondono in maniera autonoma a nessun incentivo perverso – magari approfittando dei sussidi e delle falle della burocrazia statale, oppure delocalizzando all’estero se lo stato aumenta i costi di produzione – ma sono ingranaggi della megamacchina statale che eseguono automaticamente la volontà di chi detiene le leve del comando.

 

Pasquale Tridico è un economista “eterodosso”, non condivide cioè l’ipotesi delle aspettative razionali degli agenti economici e l’efficienza dei mercati concorrenziali alla base dell’economia “neoclassica”. E’ vero che la ricerca ha dimostrato diversi casi di fallimento di mercato e che gli individui non sono perfettamente razionali, ma da qui a presupporre che lo stato sia infallibile e che gli agenti economici siano completamente idioti ce ne passa.

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