Nostalgia statalista. Se il Tesoro torna nell'Auto per Magneti Marelli

Renzo Rosati

Roma. In un generale arretramento delle borse europee, addebitato all’annuncio di Donald Trump di dazi su acciaio e alluminio, Fiat Chrysler Automobiles (Fca) ha lasciato ieri sul campo oltre il doppio del listino, cioè più del 5 per cento. Le perdite di Fca sono state superiori agli altri titoli automobilistici europei, grandi consumatori dei prodotti colpiti dal protezionismo della Casa Bianca, perché alle notizie provenienti dagli Stati Uniti si sono aggiunti il calo delle vendite in Italia a febbraio (meno 10,8 per cento), anch’esso superiore alla discesa fisiologica (meno 1,42) delle immatricolazioni, che è invece un dato mondiale; e il rinvio al prossimo piano industriale del Lingotto a giugno della cessione di Magneti Marelli, la controllata di componentistica soprattutto elettrica. E con l’ulteriore variabile tra uno spin-off con offerta pubblica iniziale (Ipo) e cessione tout-court, con l’affacciarsi di una cordata pubblico-privata con Cassa depositi e prestiti e Brembo, azienda leader nei freni ad alte prestazioni e nei materiali hi-tech, fornitrice delle maggiori case mondiali.

  

Torna dunque il Tesoro in un campo, l’automobile, dal quale si era ritirato nel 1986, non proprio con il massimo dell’onore, quando cedette l’Alfa Romeo alla Fiat? “Siamo in mezzo alla indeterminatezza – dice al Foglio Giuseppe Berta, maggiore studioso italiano dell’industria automobilistica – e per giunta mentre non sappiamo chi e come governerà il paese, e neppure chi e come governerà la Cdp”. Berta non è sorpreso dal calo di mercato “dovuto anche alla grandine di notizie sul futuro dei motori tradizionali, non solo diesel. Ovvio che i consumatori ci pensino. L’intero concept dei veicoli, la progettazione, cambierà rapidamente. Ciò che coglie alla sprovvista è l’accelerazione dei tempi, e non è un caso che questi vengano dettati non dagli americani, non dal dieselgate tedesco, ma soprattutto dai cinesi: non certo un esempio di capitalismo di mercato”. Ma che c’entra uno strumento ormai multiuso come la Cdp, di volta in volta tirata in ballo per Alitalia, Ilva, la rete a banda ultralarga, e ora la Marelli? Il tutto con un dirigismo di ritorno alimentato dalle tentazioni trumpiane di Matteo Salvini, dall’utilizzo disinvolto del denaro pubblico promesso dai 5 stelle, dall’interventismo di Invitalia, una sorta di Cdp mascherata che si muove da Termini Imerese alla Embraco. Non sarebbero preferibili imprenditori privati tipo, certo con altre dimensioni finanziarie, la cordata di manager che ha riportato in mani italiane la catena di negozi Coin? “Non è irrituale, anzi, che Fca decida tra Ipo di Marelli e cessione, dipende dal vantaggio che ne ricava, e la Marelli è valutata intorno ai 5 miliardi. Tanto più ora che Sergio Marchionne è a sua volta alla vigilia del passare la mano”, dice Berta.

  

“D’altra parte Brembo è un’eccellenza privata italiana. Mentre Cdp era stata già tirata in ballo, in autunno, dalla Fiom. Non mi scandalizzo se interviene nella filiera dei componenti, purché a supporto dei privati. Tanto più nel settore elettrico che promette grandi sviluppi. L’importante è che i governi decidano come orientare le scelte di politica industriale. Emmanuel Macron e Angela Merkel lo stanno facendo, anche per l’Auto. Qui si usano le partecipate del Tesoro come tappabuchi per ogni emergenza. Poi certo c’è la lodevole eccezione di Industria 4.0. Ma si dica che cosa riteniamo strategico: l’Auto? La biancheria? I frigoriferi? Le piastrelle? Non per buttarci soldi pubblici, ma per agevolare o meno quelli privati, anche dando la sveglia all’impresa italiana, cosa che Marchionne fece da solo. Oppure controllando gli stranieri, tanto più sulla tecnologia. I tedeschi hanno retto alla crisi Volkswagen. Sappiamo che ci saranno cambiamenti nell’industria automobilistica. Vogliamo affrontarli con l’emotività dell’ultimo minuto?”, conclude Berta.

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