Il ritrovato vigore dell'Italia bandito dalla campagna del malumore

Marco Fortis

Ha perfettamente ragione Cerasa a scrivere che l’Italia che si avvicina al voto del 4 marzo è “più forte di quello che sembra”. Lo è di sicuro economicamente e i dati Istat diffusi ieri e oggi su pil e occupazione lo dimostrano in modo inequivocabile. Specie se li si guarda in un’ottica di lungo termine, l’unica che ci possa realmente restituire una fotografia reale di come il paese cambia nel tempo. Fuorviante è invece l’ottica di breve periodo, il commento capzioso su ogni singolo dato mensile, anche perché le stime statistiche in questo caso hanno un carattere molto aleatorio e sono spesso riviste appena pochi giorni dopo il loro rilascio. Che l’Italia sia oggi più forte lo hanno capito anche i mercati la cui capacità di percepire le tendenze reali dell’economia è certamente superiore a quella di un cittadino “medio”, spesso bombardato da micro-notizie negative (se non addirittura catastrofiche) che ne avviliscono il morale e le aspettative. L’Italia “macro”, che è la casa in cui tutti noi viviamo e ci muoviamo, è oggi più forte non soltanto perché il suo pil annuo è cresciuto del 3,4 per cento in termini reali dal 2014 al 2017 e quello trimestrale del 4 per cento negli ultimi quindici trimestri. Ma soprattutto perché le componenti più vitali del nostro sistema produttivo hanno fatto registrare tassi di crescita molto superiori rispetto al dato aggregato del pil per cui è evidente che le politiche economiche che sono state applicate ai diversi settori hanno avuto un buon successo, nonostante per lungo tempo tante Cassandre avessero detto che non avrebbero mai funzionato.

 

Per esempio, negli ultimi quindici trimestri i consumi delle famiglie sono cresciuti molto di più del pil, cioè del 5,4 per cento, vale a dire dell’1,4 per cento in più, grazie anche agli 80 euro, ai tagli di tasse come quella sulla prima casa, alla ripresa dell'occupazione, ai vari bonus come i bonus mobili, giovani coppie, cultura, ecc. A loro volta, gli investimenti delle imprese in macchinari e mezzi di trasporto hanno avuto un boom notevole, con un aumento del 24 per cento: un record europeo, grazie al super e iper-ammortamento, al credito di imposta sulla ricerca e a tutte le altre misure del piano Industria 4.0. Infine, le esportazioni italiane di beni e servizi, sostenute per la prima volta dopo tanti anni di “magra” da un serio piano per il “made in Italy”, sono aumentate del 17,6 per cento. Ma perché, allora, di fronte a questi risultati quasi eclatanti di alcune sue componenti, il pil trimestrale dell’Italia negli ultimi quindici trimestri è aumentato “solo” del 4 per cento? La ragione è che i consumi finali della Pa gli investimenti in edilizia e opere pubbliche sono rimasti gli stessi di inizio 2014, vale a dire non sono aumentati o non hanno potuto aumentare, sia per i ben noti vincoli di bilancio sia perché gli investimenti in costruzioni hanno continuato a diminuire fino a metà 2015 e solo da allora si sono lievemente ripresi.

 

Diciamo allora a chiare lettere che l’Italia di oggi se potesse fare la stessa spesa pubblica della Germania o della Francia crescerebbe del 2 per cento, cioè come la Germania e più della Francia. Così la facciamo finita una volta per tutte anche con la lamentosa e stucchevole litania del “fanalino di coda”. Anche perché, e anche questo l’abbiamo più volte spiegato, da tre anni l’Italia ha una crescita demografica negativa, diversamente da quasi tutte le altre nazioni avanzate. Sicché se prendiamo le dieci principali economie dell’Europa occidentale, il pil pro capite dell’Italia è stato nel 2017 quinto e non ultimo per crescita in base agli ultimi dati Eurostat, con un rotondo più 1,6 per cento. Cioè non tanto distante dalla Germania (più 1,8) e davanti a Danimarca (più 1,5), Francia (più 1,4), Belgio (più 1,2), Regno Unito (più 1,1) e Svezia (più 1). Se poi consideriamo i consumi delle famiglie l’Italia nel 2017 è addirittura seconda per crescita tra le dieci nazioni europee considerate, con un più 1,5 per cento superato soltanto dal più 2,2 per cento “drogato” della Spagna e superiore all’1,4 per cento della Germania e allo 0,7 per cento della Francia. Se questi sono i dati, a cui si aggiunge il fatto che il rapporto debito/pil è diminuito nel 2017 per la seconda volta negli ultimi tre anni, quanto tempo ci vorrà prima che il cittadino “medio” e anche molti economisti e opinionisti di casa nostra capiscano che l’Italia è oggi più forte?

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