Lo sbracato caso Embraco

Renzo Rosati

Roma. Domani il commissario europeo alla Concorrenza, Margrethe Vestager, dovrebbe dire se la vicenda Embraco – licenziamento di 497 dipendenti di Riva di Chieri e riapertura della fabbrica in Slovacchia, dove il costo del lavoro è meno della metà – viola le norme dell’Unione europea sugli aiuti di stato. Se cioè l’azienda brasiliana, spin-off della multinazionale americana degli elettrodomestici Whirlpool, fa “dumping” grazie ai fondi comunitari: nei quali l’Italia è la decima pagatrice netta pro capite, con 387 euro per abitante, e la Slovacchia la decima prenditrice con 1.185 euro.

 

Vestager ha promesso “intransigenza”, come è nella sua esperienza (vedi la multa di 13 miliardi inflitta all’Irlanda per favoritismi ad Apple). Ma ciò che filtra è un certo scetticismo nell’accogliere, almeno integralmente, il piglio con il quale il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, si è precipitato a Bruxelles dopo aver definito “gentaglia” – parola corretta con “gente” non appena pronunciata – i dirigenti di Embraco. Calenda s’è sentito giustamente tradito dai brasiliani, che avevano assicurato più tempo per una soluzione di ricambio tipo quella per i dipendenti laziali della Ideal Standard (anziché sanitari produrranno sampietrini), e dal fatto che la Whirlpool abbia comunicato alla Borsa americana la delocalizzazione dello stabilimento piemontese nel nuovo piano industriale.

 

Calenda sa quanto la partita europea sia difficile, anche se non impossibile (le tasse sono materia nazionale se non vengono utilizzati fondi comunitari; gli aiuti pubblici sono vietati se violano la concorrenza); e dunque punta sull’attivazione per l’Italia di un fondo di delocalizzazione per chi va a produrre a est. A dieci giorni dalle elezioni tutto ciò scatena i sovranisti in improbabili polemiche. Matteo Salvini della Lega e Renato Brunetta di Forza Italia giurano che con loro non sarebbe mai accaduto. Eppure tra gli anni 90 e il 2012 (governi e maggioranze con il centrodestra), se ne andarono i Borghi e i Merloni, e poi Ettore Riello, leader dei bruciatori.

 

In realtà l’Italia ha sempre delocalizzato: dagli impianti Fiat a Tychy (Polonia) e nell’ex Urss, alla Pirelli a Izmit (Turchia) ai brand del lusso in oriente. Come del resto tutte le multinazionali del mondo. Ieri una delegazione di duecento imprese guidate dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia è volata a Tirana per valutare investimenti in Albania, Kosovo e Macedonia: la si chiama però internazionalizzazione. “Euro ed Europa non c’entrano”, dice Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl, autore con Calenda di un documento pro reindustrializzazione. “Gli elettrodomestici bianchi sono in crisi da quando c’era la lira. I compressori di frigoriferi come quelli di Embraco sono poi la componente a minore tecnologia: dunque bisogna accelerare su innovazione e valore aggiunto”. Non solo. “Abbiamo i più alti costi di energia, burocrazia e fisco”. Nel prezzo energetico per le aziende l’Italia è prima in Europa con 150 euro a Megawattora (dei quali 65 vanno al fisco). La Slovacchia nona con 100 euro.

 

Senza contare in Italia le barricate tipo No Tap, No Tav e No Triv di molti che oggi si scandalizzano. Quanto alla Slovacchia separatasi dalla Repubblica ceca proprio per rilanciarsi nell’industria, sotto la guida del socialista Robert Fico ha attratto colossi come Volkswagen, Peugeot, Kia, Jaguar, Land Rover. Pur nel gruppo di Visegrad, ma in posizione collaborativa con la Ue, ha stretto accordi di delocalizzazione con la Germania in cambio dell’apertura all’energia e ai prodotti tedeschi. Oppure in Spagna, dove gli aiuti Ue alle banche furono sponsorizzati da Berlino con un piano di riqualificazione delle medie imprese, sussidiarie degli stabilimenti automobilistici, tedeschi e non, della Catalogna. Che per inciso sono valsi più di mille chiacchiere secessioniste.

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