Geyser e Bitcoin
In Islanda ci sono 340 mila persone, a cui per vivere bastano 700 gigawatt ora all’anno. Meno di quanti ne serviranno nel 2018 per minare criptovalute

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“Una combinazione tra una bolla, uno schema Ponzi e un disastro ambientale”. Così, il 6 febbraio scorso, si era espresso Augustin Carstens, direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali. L’attacco era rivolto alla sostenibilità dei Bitcoin e delle altre criptovalute. Una mania, quella delle monete virtuali, che non è mai passata negli ultimi mesi, nonostante le opinioni discordanti, la richiesta da più parti di regolamentazione e la volatilità del prezzo, che sta risalendo dopo il crollo raggiunto a gennaio. La creazione di criptovalute, il mining, come si dice in gergo, è un processo che consuma molta energia elettrica. Energia che serve per alimentare i server deputati a risolvere un enigma crittografico, di complessità crescente ma limitata nel tempo (secondo le stime, fino al 2024, quando lo spazio per il mining sarà esaurito) e a validare così le transazioni degli utenti registrate nella catena di blocchi, la blockchain.
Secondo alcune stime il mining globale utilizza più elettricità di tutta quella consumata da Danimarca e Irlanda. Nessuno però, in proporzione, sta minando come l’Islanda. Per HS Orka, azienda che si occupa della fornitura di energia nel paese, nel 2018 i data center che minano criptovalute utilizzeranno 840 gigawatt all’ora di elettricità - più di quanto l’intera popolazione islandese consumerà per la corrente delle proprie case.
Terra di geyser e di post rock, di banche nazionalizzate e panorami mozzafiato, l’Islanda ha una popolazione di 340 mila persone, che consumano per il proprio consumo domestico annuale circa 700 Gwh. Si tratta in ogni caso di una quota di molto inferiore all’elettricità che l’isola produce: 18 mila 700 GWh. La maggior parte di questa energia è utilizzata per fini industriali, ad esempio per la fusione di alluminio o per la produzione di leghe metalliche.



