Una gran riforma franco tedesca dell'Eurozona trova sponde pure in Italia

Renzo Rosati

Roma. Eliminare il tetto del 3 per cento di deficit, regola aurea europea dal Trattato di Maastricht? Ieri per due ore era sembrato che un po’ di campagna elettorale italiana avesse contagiato il panel di economisti top franco-tedeschi incaricato di fornire idee alla riforma della governance dell’Eurozona, la cui discussione tra governi entrerà nel vivo appena Angela Merkel avrà costituito il suo quarto esecutivo. Ma le prime sintesi non corrispondevano a quanto è apparso nel documento in 24 cartelle sottoscritto da 14 esperti. Tra i quali spiccano Jean Pisani-Ferry, responsabile del programma di Emmanuel Macron, di Clemens Fuest, presidente dell’Ifo, il più influente centro studi tedesco, di Isabel Schnabel, del consiglio di esperti che affianca il governo di Berlino. Questo per citare solo alcuni dei firmatari, animatori di think tank come Bruegel, Sciences Po, Peterson. L’appello – titolo “Riconciliare la condivisione del rischio con la disciplina di mercato: un approccio costruttivo alla riforma dell’area euro” – ha il cuore in tre proposte. La prima: mantenendo l’obiettivo di ridurre i debiti al 60 per cento del pil, spostare ogni anno l’attenzione dal deficit alla spesa. Quindi nel breve allentare le briglie se l’economia cresce quanto o più delle spese, mentre gli esborsi extra (e per qualità improduttivi o “esplicitamente elettorali”) vanno finanziati a parte da ogni paese, con titoli pubblici di livello junior, cioè a garanzia e costi maggiori e a rischio di subire un taglio in caso di ristrutturazione del debito. La seconda proposta: completare l’Unione bancaria, che sta molto a cuore all’Italia, con la Garanzia unica sui depositi; ma ripulendo velocemente i bilanci dai crediti a rischio (Npl) e accelerando il divorzio tra banche e titoli sovrani nazionali (definiti “un cappio al collo”), due cose che zavorrano soprattutto il nostro sistema. La terza proposta: a sorvegliare le scelte politiche sia un consiglio di economisti indipendenti di ogni singolo paese, che riferisca ogni anno a un board di esperti dell’Eurozona. Questi proporrebbero agli organi decisionali europei flessibilità per chi spende bene, e penalità – fino appunto alla ristrutturazione del debito – per chi spende troppo. Che cosa ne pensano economisti ed esperti italiani (per inciso assenti, tra qualche protesta, da questo lavoro di influencer)? Il Foglio li ha consultati.

 

Dice Carlo Cottarelli, ex direttore esecutivo del Fmi, ex commissario alla spesa pubblica e ora direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica di Milano: “Molto è già nel Fiscal compact, al quale si vuole sostituire un Fiscal council. Ma alla fine le decisioni finali spetteranno ai governi, a cominciare dalle sanzioni. Le nuove regole sono un po’ barocche, così come i vecchi automatismi erano inadeguati. Ma far passare il concetto che se aumenti la spesa aumenti il rischio, e che questo sia immediatamente percepibile attraverso strumenti tipo bond junior, è una buona idea”.

 

Nicola Rossi, presidente dell’istituto Bruno Leoni ed economista a Tor Vergata, definisce le proposte “un insieme stringente dal punto di vista italiano. Stringente e, con ogni probabilità, inevitabile. Ciò vale per la penalizzazione di una concentrazione eccessiva di debito sovrano nei portafogli bancari così come per la introduzione di modalità per la ristrutturazione ordinata dei debiti. Sperare che il passaggio da una regola sul disavanzo ad una sul debito offra margini per una politica più lasca è del tutto illusorio. Fissare un tetto alla dinamica della spesa pubblica è dal mio punto di vista cosa buona e giusta: ma è bene essere consapevoli del fatto che implica una disciplina non proprio abituale per la politica italiana. Il pacchetto è un interessante punto di equilibrio fra condivisione dei rischi e cessione di sovranità”, aggiunge Rossi.

  

“L’errore più grande per l'Italia sarebbe di considerarlo (l’appello degli economisti franco-tedeschi) un menu à la carte e non una bozza su cui lavorare per identificare un punto di equilibrio più vicino ai nostri interessi. Pensare di scegliere ciò che apparentemente ci conviene sarebbe la certificazione della nostra irrilevanza”, conclude l’economista Nicola Rossi.

 

Anche Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Société Générale, vede più gli aspetti coercitivi “ma” dice “ce li siamo anche cercati. Pensiamo alle banche, alla dipendenza dagli Npl e dai Btp. Per ridurre i primi perfino Unicredit ha recuperato credibilità solo quando è arrivato Jean Pierre Mustier. Quanto ai secondi perché non si è approfittato degli acquisti a piene mani della Bce, via Banca d’Italia?”.

 

“E’ ottimo lo spostamento del focus dal deficit alla spesa: in Italia sarebbe stato molto utile anche in passato”, osserva Sandro Brusco, economista alla Stony Brook University di New York. “Ma credo che sarà più rapida l’attuazione della parte bancaria, anche se per noi rappresenterà un problema. Invece l’intera questione delle sanzioni credo che farà la fine di quelle attuali: vedi alla voce flessibilità”.

 

Francesco Daveri, docente di Economia alla Cattolica di Milano, parte da un certo scetticismo: “Gli economisti franco-tedeschi sollevano il punto di cambiare le attuali regole di bilancio troppo bizantine perché basate su concetti difficilmente osservabili e spiegabili agli elettori: esempio, che cos’è il deficit strutturale? Ma la regola più semplice che propongono non mi pare destinata a miglior successo”. Accarezza la deregulation: “Per semplificare la cosa migliore sarebbe di togliere i vincoli europei e lasciare che siano i mercati a sanzionare i paesi con deficit e debito elevati, con grandi rischi di instabilità in momenti di crisi”. La conclusione però è che “guarda caso, nessuna Unione monetaria funziona senza qualche esplicito vincolo alla politica di bilancio. In assenza di una regola semplice migliore, meglio rassegnarci a tenere le bizantine regole esistenti”.

 

Stesso scetticismo, ma per quanto l’effetto sull’Italia, da Carlo Altomonte, ordinario di Politiche e Management pubblico alla Bocconi, nonché economista del think tank Bruegel: “Sintetizzando, se l’Italia come negli ultimi anni cresce in media all’1 per cento più un uno di inflazione, ed essendo noi un paese ad alto debito, la crescita nominale della spesa pubblica non può superare, ipotizziamo, l’1,5 per cento. Ho calcolato su dati Ocse la media 2012-2015 dell’aumento di spesa pubblica pro-capite e viene l’1,4. Considerando che questi sono anni di relativa austerità, e che ogni sforamento di spesa di questo target dovrebbe essere finanziato con titoli ad hoc junior di debito pubblico, che costerebbero un sacco in termini di interessi, non è che andiamo molto lontano…”. Non è un coro di urrà, come si vede.

 

Il Foglio prova a trarre una sintesi dalle parole di Franco Bruni, ordinario di Teoria e politica monetaria internazionale alla Bocconi: “E’ la seconda versione di un documento di mesi fa, criticato dagli italiani. Mi sembra in generale complicato e pesante perché riunisce molte idee con l’intento di sposare le intenzioni francesi e tedesche. Una via di mezzo. Tuttavia la linea di fondo, enunciata con grande chiarezza nella prima parte, di trovare una compatibilità tra ‘risk sharing’ e ‘risk reduction’ è da seguire. Trovare un compromesso è utile perché non è possibile ridurre i rischi con azioni violente senza contemporaneamente condividere i rischi. Bisognerà farlo in modo non permissivo e disciplinato ma servono entrambe le componenti, e si spera che questo i tedeschi lo abbiano capito”. E, forse, che lo capisca anche la politica italiana (poi di quanto sopra, qualcuno informi Di Maio & Salvini).

 

(ha collaborato Alberto Brambilla)

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