Una politica inattendibile rende lo stato meno affidabile delle banche

Renzo Rosati

Roma. L’agenzia Moody’s ha migliorato l’outlook (previsione a medio termine) di Unicredit da stabile a positivo, e ne ha confermato il rating di Baa1. La seconda banca italiana per capitalizzazione gode dunque di un giudizio superiore di quello del paese, che Moody’s lo scorso ottobre ha confermato a Baa2, con outlook negativo.

 

Migliore dell’Italia è anche il rating di Intesa Sanpaolo, prima banca per capitalizzazione, recentemente migliorato da Moody’s a Baa1 con outlook stabile. Unicredit è valutata complessivamente, agli occhi dei mercati, di tre livelli sopra lo stato italiano, e Intesa di due. E’ una situazione che non trova riscontro in Francia, dove il paese ha un rating Moody’s di Aa2, e le tre maggiori banche, Bnp, Crédit Agricole e Société Générale rispettivamente di Aa3, A1 e A2, né tanto meno in Germania (rating Aaa) con Commerzbank posizionata ad A2 e Deutsche Bank a Baa2. Mentre qualcosa di simile accade in Spagna, dove, sempre per Moody’s, il rating del paese, Baa2 con outlook stabile, è inferiore a quello di Bbva (Baa1) e Santander (A3), ma non nella misura italiana.

 

Esiste dunque in questo momento un altro spread, che misura l’affidabilità delle banche italiane rispetto allo stato. Spread indirettamente confermato dagli analisti di Mediobanca secondo i quali un’integrazione tra Intesa e Crédit Agricole realizzerebbe la prima banca europea per asset, e la terza al mondo. Così mentre la retorica ufficiale, nella quale la propaganda elettorale e mediatica inzuppa a piene mani, descrive gli istituti di credito come traditori del risparmio (e prima del referendum del 4 dicembre 2016 le fake news parlavano di attentato alla Costituzione ispirato da JpMorgan), è invece lo stato italiano, e quindi la politica stessa, a essere giudicato all’estero con maggiore severità. Almeno rispetto alle best practice del mondo bancario privato, uscito dalla crisi con robusti aumenti di capitale a cominciare da quello condotto in porto da Jean Pierre Mustier, l’ad francese di Unicredit.

 

Il gap tra politica e banche sta tutto nelle motivazioni con le quali sia Moody’s sia le altre due principali agenzie di rating, Standard & Poor’s e Fitch (entrambe con rating BBB), hanno confermato a fine 2017 i non esaltanti giudizi sul paese. Si tratta sempre di una parola: “incertezza”. Esemplare la motivazione con la quale Moody’s, il 6 ottobre scorso, non ha migliorato il rating italiano – peraltro il più benevolo delle tre maggiori agenzie – e lasciato l’outlook negativo, deludendo le attese nel governo. “Ci sono stati miglioramenti nell’economia reale – scrivono gli analisti – e certamente la crescita, pur inferiore ad altri paesi, supera le previsioni. Ma i rischi legati alla considerevole incertezza sulle priorità del prossimo governo e sul proseguimento delle riforme rimangono maggiori dei risultati fin qui raggiunti, che potrebbero anzi essere messi in discussione”.

 

Certo non pare un problema solo italiano. Ieri la Fed ha annunciato il versamento al Tesoro americano di 80,2 miliardi di profitti 2017, dopo i 91,9 del 2016, realizzati con i prestiti alle banche: un successo, mentre qui gli euroscettici chiedono di riportare “in patria” la sovranità ceduta alla Banca centrale europea che ha seguito la stessa linea di espansione monetaria. Sul Financial Times l’editorialista Martin Wolf confronta la crescita economica dei maggiori paesi nel 2017 e attesa nel 2018, e le incerte leadership politiche. Wolf auspica “che la crescita globale riesca a imporsi su una politica spaccata, trascinandola via dalle ondate del populismo”. E nota come dopo la seconda guerra mondiale l’economia è sopravvissuta alle “grandi fratture” (choc petroliferi, crisi asiatiche, recessione), a differenza della prima parte del Novecento, quando l’assolutismo politico determinò conflitti militari e sociali.

 

Tornando all’Italia, l’avvio della campagna elettorale, con i partiti impegnati a promettere di distruggere riforme anziché di farne, e tutto a carico del debito, rischia di aumentare lo spread tra i risultati dell’impresa privata e la governance pubblica.

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