L'Europa detta le regole di condotta alla finanza a tutela dei risparmiatori

Ugo Bertone

Milano. E’ una delle operazioni più ambiziose e complesse mai varate dall’Unione europea: oltre sette anni di lavoro, un milione e 700 mila paragrafi che raccolgono in oltre 7 mila pagine le regole che setacciano ogni possibile aspetto dell’industria finanziaria, dall’attività delle grandi banche fino al comportamento che deve essere tenuto da chiunque, allo sportello della posta o visitando a domicilio un cliente, si occupi del risparmio altrui. Eccola, in numeri, la Mifid 2, l’acronimo che sta per Markets in Financial Instruments Directive, la direttiva finanziaria all’insegna della trasparenza e della concorrenza in vigore da stamane che, nelle intenzioni dell’Ue, farà da scudo ai risparmiatori contro i raggiri e i costi impropri che hanno garantito profitti immeritati (e spesso occulti) all’industria del denaro.

 

Da oggi, invece, ogni prodotto di risparmio deve essere accompagnato dal Kid (Key Information Document), un documento in cui, con poche e semplici parole, il risparmiatore verrà a conoscenza dell’ammontare di tutte le commissioni legate a un investimento; un po’ come il “bugiardino” che accompagna la medicina, il bancario (o l’operatore finanziario) dovrà agire con lo stesso scrupolo del farmacista. Non solo le commissioni di entrata e di uscita ma anche quelle di gestione (cioè il compenso per l’attività dell’intermediario) e di performance (cioè la percentuale dei guadagni che resta in mano al gestore). Non è novità di poco conto. Finora la commissione di gestione di un fondo veniva trattenuta direttamente dal valore finale della quota. E per scoprire l’ammontare della trattenuta (in percentuale) il sottoscrittore doveva spulciare l’intero prospetto, cento pagine almeno. Non è raro il caso in cui il gestore ha guadagnato più del risparmiatore. D’ora in poi, al contrario, sarà necessario fornire in dettaglio l’ammontare di tutti i costi, dalle commissioni di performance alle spese per la consulenza. Al proposito sono previste due comunicazioni: una prima dell’investimento con la previsione di spesa, l’altra con il consuntivo finale. Ancora più “dirompente”, come lo definisce Standard & Poor’s, è l’effetto della “valutazione dell’adeguatezza” dell’investimento alle esigenze del pubblico al quale viene offerto. Prima di essere proposti alla clientela i prodotti finanziari dovranno essere analizzati e approvati da chi li introduce sul mercato. Chi li distribuisce dovrà a sua volta adeguare la pubblicità del prodotto al tipo di mercato al quale è destinato.

 

A ogni strumento finanziario sarà così attribuito  un punteggio di rischio  su una scala da 1 a 7. Infine, l’investitore dovrà essere sottoposto a una sorta di esame per stabilire quanto sia o meno adatta l’offerta alle sue esigenze: si verificherà lo stato delle sue conoscenze e la sua situazione finanziaria per appurare se sia in grado di sostenere eventuali perdite e gli obiettivi che si propone tanto per vagliare la sua tolleranza al rischio. Funzionerà? Limiti e ostacoli non mancano: l’obbligo di specificare il costo sostenuto per studi e ricerche rischia, secondo i critici, di svilire l’efficacia del lavoro degli analisti, costretti a tagliare le proprie parcelle; la distinzione tra consulenti indipendenti e non è complessa. E così via, tra proteste dei Big americani, costretti a mediare tra legislazioni spesso in contrasto sulle due rive dell’Atlantico, e i probabili blackout dei sistemi, che pure hanno comportato investimenti per due miliardi nel solo 2017. Ma la partita è davvero cruciale, specie per la finanza di casa nostra, a caccia di un’alternativa al deposito bancario, poco redditizio e, s’è visto, tutt’altro che a prova di rischio. Forse, se ci fosse stata la Mifid 2, ai risparmiatori di Etruria & Co. non sarebbero stati offerti bond subordinati per il previo intervento della Consob. A conferma che l’Europa, dopotutto, c’è e serve.

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