Ribellarsi all'odore stantio di cialtroneria

Claudio Cerasa

Non lo sentite anche voi questo simpatico odore stantio di cialtroneria? Negli ultimi due giorni, per una serie di motivi che vale la pena mettere insieme, l’Italia che ragiona ha potuto osservare con chiarezza alcune storie che ci permettono di capire che differenza c’è tra due tipologie di poteri forti di cui nessuno parla ma che in una democrazia moderna hanno un peso infinitamente superiore a quello di un ministro che si interessa, senza riuscirci, a una piccola banca di provincia. Da una parte ci sono i poteri forti veri, quelli pericolosi, letali, spregiudicati, e dunque mai denunciati, che vivono in quel blocco populistico e giudiziario che usa la condanna mediatica come un surrogato della condanna penale e che con il sostegno di magistrati intoccabili, di giudici supereroi e di intellettuali accondiscendenti ha trasformato i talk-show e i giornali nei nuovi e inviolabili salotti della santa inquisizione. Il potere del linciaggio – quello che permette di condannare qualcuno anche sulla base dell’interpretazione di un aggettivo, di un pettegolezzo non verificato, di un’intercettazione irrilevante – è il più forte dei poteri forti, anche se non trova mai spazio nei libri che si occupano di poteri forti (o quasi).

 

Ma accanto a questo potere egemonico, che andrebbe combattuto, ce n’è un altro di cui si parla poco e che meriterebbe di essere messo al centro del dibattito pubblico per riequilibrare l’orrore rappresentato dall’Italia della gogna. C’è un’Italia che vive di insulti, di fregnacce, di linciaggi e di allarmismi, e che si muove da classe digerente preoccupandosi cioè di dare ogni giorno in pasto ai propri follower un pezzo di carne viva del nemico, e c’è un’Italia invece meno raccontata che prova a dare un senso alla parola classe dirigente e a dare una direzione ai propri follower. La prima Italia vive di percezioni e racconta spesso un paese che non c’è. La seconda Italia vive di realismo e prova a raccontare un’Italia che c’è – ma che nessuno vuole vedere. Se la seconda Italia fosse un partito (purtroppo non lo è) le tessere numero uno e numero due andrebbero regalate ad honorem a due banchieri che non passeranno alla storia solo per aver raccontato di un incontro con un ministro.

 

Il primo banchiere, per le ragioni che tutti sappiamo, si chiama Mario Draghi. Il secondo banchiere, uno dei pupilli del governatore della Bce, si chiama Jean Pierre Mustier: è l’uomo che ha preso il posto di Federico Ghizzoni in Unicredit (risanando una banca che Ghizzoni non aveva lasciato in buono stato, nell’ultimo anno dell’ex ad le azioni sono crollate del 40 per cento, nell’ultimo anno di Mustier il titolo è cresciuto dell’80 per cento) e da qualche mese a questa parte, dopo aver fatto l’aumento di capitale più importante della storia del sistema bancario italiano, 13 miliardi, è diventato uno dei simboli di una classe dirigente ottimista, non disfattista, pragmatica che andrebbe incoraggiata con dosi di inchiostro più massicce rispetto a quelle riservate all’Italia dello sfascio.

 

In un’intervista rilasciata ieri al più importante giornale economico tedesco, Handelsblatt, nelle stesse ore in cui l’Italia del linciaggio ha speculato sulla fuffa della commissione sulle banche trasformando la famiglia di un ex ministro nel principale virus del sistema bancario italiano, Mustier ha detto quello che in pochi hanno il coraggio di dire: il settore bancario italiano è più robusto rispetto al passato, non vi è alcun rischio sistemico, l’economia è in ripresa, gli ultimi due trimestri sono stati i migliori degli ultimi otto anni, il prossimo governo sarà sicuramente e le riforme che Macron sta facendo in Francia sono state già implementate in Italia, incluse quelle delle pensioni e del mercato del lavoro. Il dato che forse può sorprendere è che, come possono facilmente constatare tutti gli osservatori con la testa sulle spalle e con gli occhi non ricoperti di veline giudiziarie e di creme autoabbronzanti, la visione offerta dall’amministratore delegato di Unicredit, anche se in Italia può essere considerata quasi un’eresia, fuori dall’Italia è considerata un dato di fatto. E se non fosse chiaro Mustier ribadisce il concetto, con queste parole consegnate ieri al Foglio: “In Italia, per quanto riguarda le banche, ogni rischio sistemico è ormai alle spalle. Quindi dobbiamo riconoscere che è stato fatto un buon lavoro. La ripresa dell’economia italiana avviene a ritmo sostenuto, per questo è giusto concentrarci sul futuro e sulle opportunità che il Paese può cogliere”. Basta sfascismo. Basta allarmismo. Basta demagogia. Se anche voi, come noi, sentite in giro questo simpatico odore stantio di cialtroneria – in questi giorni la cialtroneria è direttamente proporzionale a chi specula sulla fuffa della commissione sulle banche – prendete le parole di Mustier e trasformatele nel punto di partenza di questa campagna elettorale. Con la demagogia abbiamo visto dove siamo finiti. Senza demagogia chissà dove possiamo arrivare. En Marche. En Mustier.

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