Dio benedica le banche

Claudio Cerasa

Il discorso che nessun politico, nessun ministro, nessun sottosegretario, nessun deputato, nessun banchiere, nessun tecnico farà mai dinnanzi a questa inutile, dannosa, autolesionista e orrenda commissione sulle banche, per parlare con un briciolo di onestà del rapporto tra le banche e la politica, è un discorso che dovrebbe comprendere un paio di concetti minimi, basilari ed elementari. Punto numero uno: la politica non ha solo il diritto ma ha il dovere assoluto di occuparsi di banche, a volte anche seguendo protocolli non ortodossi, perché occuparsi della stabilità del sistema bancario significa occuparsi della stabilità del proprio paese e non fare gli interessi della politica. Punto numero due: un paese che non sa difendere le banche è un paese che non sa difendere se stesso, e un paese dove nessuno ha il coraggio di dire che difendere le banche è un ovvio interesse del popolo e non un oscuro interesse dei poteri forti è un paese dove la classe dirigente ha deciso di non raccontare ai cittadini la verità su come funziona una democrazia, su come funziona un sistema economico, su quanto un sistema bancario coraggiosamente tutelato, orgogliosamente efficiente, magnificamente prospero sia direttamente proporzionale al benessere di un paese. Direte: ma cosa c’entra questo pistolotto con l’attualità della cronaca politica e della cronaca economica? C’entra per alcune ragioni direttamente collegate a un paio di notizie che negli ultimi giorni hanno particolarmente acceso il dibattito pubblico: il linciaggio di Maria Elena Boschi e gli sviluppi della commissione sulle banche (ieri Padoan ha detto una cosa ovvia, non ho mai autorizzato nessuno a parlare al posto mio di banche, e la frase è subito stata utilizzata come un’accusa rivolta all’ex ministro Boschi). Le storie non sono del tutto sovrapponibili, ma sia chi ha trasformato il caso Etruria in una nuova occasione per provare a radere al suolo il renzismo (Boschi è accusata di aver fatto pressioni per salvare la banca di cui il padre era vicepresidente, senza che nessuno dei protagonisti della storia abbia mai affermato di aver ricevuto pressioni da Boschi e senza che quasi nessuno ricordi che è stato lo stesso governo di cui Boschi faceva parte a disporre il commissariamento della banca di cui il padre di Boschi era vicepresidente), sia chi ha trasformato la commissione sulle banche in un’occasione per moralizzare gli avversari (ci stanno provando tutti, anche il partito di Maria Elena Boschi) hanno provato a portare avanti un’operazione finalizzata a ottenere un unico e chiaro obiettivo: poter affermare di essere, di fronte al tema delle banche, il più puro tra tutti i partiti in campo. Una follia. 

 

La corsa a intestarsi la battaglia contro i banchieri brutti, sporchi e cattivi, spesso combattuta dagli stessi politici, dagli stessi ex ministri e dagli stessi gruppi editoriali che con il potere bancario hanno trescato a lungo in modo spericolato (un conto è impegnarsi per difendere le banche, un conto è impegnarsi per possedere una banca), è una corsa stupida, pericolosa e senza senso non solo perché alimenta uno stolto spirito anticasta che tende a portare acqua al mulino degli anticasta originali (negli Stati Uniti e in Germania ci sono state crisi bancarie più gravi delle nostre e nessun politico si è mai sognato di combattere per istituire commissioni di inchieste parlamentari), ma anche perché arriva in un momento in cui l’Italia potrebbe essere pronta a sentirsi fare un discorso ispirato al puro e semplice principio di realtà. E il principio di realtà ci dice alcune cose importanti. Ci dice che l’Italia ha ricominciato a crescere, tornando a essere un paese affidabile, anche perché ha avuto una classe politica che al momento opportuno ha saputo azionare le leve giuste (Monte dei Paschi, banche venete, Fondo Atlante) per proteggere il suo sistema bancario, e mettere al sicuro i risparmi degli italiani, e il risultato è che oggi l’Italia si ritrova con un sistema bancario che ha retto, e che ha continuato a erogare denaro ai privati, agli imprenditori, ai piccoli e grandi risparmiatori, a fronte di un esborso di denaro pubblico irrisorio rispetto al resto d’Europa (tra il 2008 e il 2014, l’Unione europea ha erogato aiuti al settore bancario per una cifra vicina agli 800 miliardi, di questi 238 miliardi di euro sono andati alla Germania, 52 alla Spagna, 42 all’Irlanda, 40 alla Grecia, 28 al Portogallo, 4 all’Italia).

 

Ci sarebbero ragioni per cui essere orgogliosi, fare una grande campagna elettorale per spiegare come il benessere di un paese passi anche dalla capacità di avere un sistema bancario capace di essere in salute e di erogare credito senza discontinuità, e ci sarebbero anche ragioni per rivendicare che l’Italia è un paese che è riuscito ad attraversare la crisi economica senza mai lasciare a secco un bancomat (cosa che è successa persino nel Regno Unito, chiedere ai correntisti di Bank of Scotland), ma invece nulla, niente di tutto questo: e tutti i partiti alla fine si stanno avvicinando alle elezioni con l’idea di dover dimostrare ai propri elettori che una politica sana è una politica che se ne fotte di come stanno le banche. Il principio di realtà ci dice questo ma ci dice anche altro. Ci dice per esempio che non è un caso che i paesi che fuggono dalla realtà sono gli stessi che mettono in fuga le banche e basta rendersi conto di quello che è accaduto in Catalogna all’indomani della dichiarazione di indipendenza di Puigdemont (tra ottobre e novembre sono fuggite dalla Catalogna il Banco Sabadell, la seconda banca catalana, la quinta della Spagna, la Caixa, il primo istituto bancario della regione autonoma spagnola) per capire che c’è un rapporto diretto tra lo stato di salute di un paese e il benessere delle banche (nei paesi in cui le cose vanno bene, le banche funzionano; nei paesi in cui le cose vanno male, le banche non funzionano; e nei paesi in cui le banche non funzionano, o scappano, le cose spesso non vanno tanto bene). A voler essere un po’ provocatori si potrebbe concludere il ragionamento ricordando che non è un caso, anche qui, se i volti simbolo della ripresa dell’Europa sono volti immediatamente identificabili con il mondo delle banche (Mario Draghi, salvatore dell’Europa; Emmanuel Macron, presidente della Francia, ex banchiere Rothschild; Luis de Guindos, ministro dell’Economia della Spagna, ex banchiere, con un passato in Lehman Brothers) e non è un caso perché sono proprio i paesi che non considerano un nemico pubblico i banchieri quelli destinati ad avere una maggiore fortuna nella ricerca del benessere. Basterebbe tutto questo per spiegare perché alimentare la demagogia anti banche è una scelta suicida per un paese che vuole rafforzare se stesso e migliorare il suo stato di salute.

 

Ma forse basterebbe molto meno. Basterebbe avere un po’ più di coraggio e dire semplicemente la verità: le banche sono uno degli ingredienti del benessere di un paese e i paesi che sanno difendere le banche sono paesi destinati a funzionare mentre i paesi che raccontano agli elettori che l’unica politica pura è quella che sa stare lontana dalle banche sono paesi destinati ad alimentare la bolla esplosiva della demagogia. Se davvero vogliamo combattere una battaglia contro le fake news, forse conviene partire da qui. Dio benedica le banche.

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